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venerdì 19 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. Gli inquisitori nella provincia della Marca trevigiana

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

L'eliminazione degli ultimi catari nel secondo Duecento

La lotta finale contro i catari

Gli inquisitori nella provincia della Marca trevigiana



L'ufficio inquisitoriale fu tenuto inzialmente dai domenicani e nel 1254 passò ai frati minori, ma è possibile ricostruire la serie degli inquisitori francescani soltanto per una ventina di nomi e con date discontinue e parziali dal 1262 e al 1308; queste date indicano le presenze documentate, non la durata effettiva del servizio: 

fra Florasio da Vicenza 1262-12632 
fra Bartolomeo de Corradino 1262-1263, 1269
fra Rufino 1263
fra Nascimbene 1269
fra Timidio Spongati da Verona (1269?), 1273-1275 (o 1276?)
fra Agostino 1276 (o prima del 1276)
fra Marco da Mantova (1276-1278?), 1282
fra Filippo Bonacolsi da Mantova 1276-1278, 1280, 1282, 1289
fra Alessio da Mantova 1279-1281
fra Bartolomeo Mascara da Padova 1282, 1285
fra Francesco da Trissino 1282, 1287-1290, 1295-1298
fra Bonagiunta da Mantova 1289-1292
fra Giuliano da Padova 1289, 1291-1293
fra Alessandro Novello da Treviso 1293-1294
fra Antonio de Luca 1293-1298
fra Pietrobuono Brusemini da Padova 1296-1298
fra Costantino da Vicenza 1297
fra Dondedeo da Mantova 1298
fra Pietro da Bassano 1298
fra Boninsegna da Trento 1298-1302
fra Antonio da Padova 1300-1302
fra Aiulfo da Vicenza 1304-1305
fra Petricino da Mantova 1306-1307
fra Ugo d'Arquà 1308

Gli inquisitori avevano competenza su tutto il territorio della provincia francescana, e quindi si spostavano da una parte all'altra e per la loro attività. In ogni diocesi esisteva una sede nel convento principale della città dove l'inquisitore sostava, come fu certamente a Padova, Vicenza, Venezia, Conegliano, Verona, Treviso. Inoltre nelle sedi pià importanti di solito risiedeva stabilmente un vicario, che curava l'amministrazione dei beni, accoglieva le confessioni degli eretici e svolgeva altre funzioni giudiziarie. Il posto di vicario fungeva spesso da gradinoo per accedere al pieno ufficio o veniva coperto da un ex inquisitore in attesa di venir nominato di nuovo, e questo dava una certa continuità all'opera di contro sull'eresia. Nel quarantennio preso in considerazione gli inquisitori rilevanti furono sei o sette, <<ben affiatati tra loro, potenti e a volte persino prepotenti>>, che gestirono l'ufficio non tanto in funzione della salvaguardia della fede, quanto dei propri interessi di carriera. Furono un piccolo e potente gruppo di potere all'interno del 500-600 frati della provincia sparsi in più di 33 conventi. 
Le spese correnti dell'ufficio infatti dovevano essere coperte dall'inquisitore, e per questo tra le pene comminate erano numerose le multe pecuniarie e le confische dei beni di eretici defunti, risultano rarissime le esecuzioni capitali o le condanne al carcere. Alla fine del Duecento si ebbero molti prcessi postumi contro famiglie ricche e potenti, in particolare a Padova e Vicenza, nel periodo in cui furono inquisitori prevalentemente frati padovani, nominati dal ministro provinciale fra Bartolomeo Mascara da Padova (1289-1299), che spendevano indebitamente una parte delle entrate èer isi personali, favori e parenti e donativi secolari. Negli anni immediatamente precedenti gli inquisitori erano stati prevalentemente mmantovani sotto l'influsso della forte personalità di fra Filippo Bonacolsi da Mantova (1276-1289). Gli inquisitori di origine padovana sono criticai e valutati negativamente dagli storici oggi, ma sembra che all'eppoca fossero ben accettati dai contemporanei, che anche nel periodo delle ricorrenti malversazioni continuarono a lasciare loro donativi nei testamenti, a collaborare con loro a livello istituzionale e talvolta perfino li difesero dalle fondate accuse di abusi amministrativi. 
Una lieve descrizione della loro attività fa capire molto bene che cosa facessero nel complesso, e allo stesso tempo mette in evidenza quanto grande sia la frammentazione delle fonti. Fra Florasio cercò per lo più inutilmente di far inserire le norme antieretiche negli statuti dedlle cità, ci riuscì solo a Verona e alla fine dovette lasciare l'incarico trasferendosi a Roma. Fra Bartolomeo da Corradino sostenne una vivace contesa con il vescovo di Treviso per questioni di competenza, vendette ben 2 eretici e forse fu lui a condannare Spera, già damigella della marchesa d'Este, bruciata viva come catara a Verona nel 1269 circa; fra Rufino e fra Nascimbene furonnoo suoi conquisitori. Fra Timidio cercò invano di farsi consegnare un eretico arrestato a Lazise, vicino alla grossa comunità catara di Sirmione, e divenne qualche anno dopo vescovo di Verona. Fra Agostino si occupò dei catari di Sirmione. Fra Marco da Mantova vendette i beni di una eretica. Fra Alessio da Mantova intervenne contro il podestà di Padova perché troppo remissivo verso i catari, contro il vescovo della stessa città e poi contro il vescovo di Vicenza, che aveva favorito la liberaione di un vescovo cataro; a Treviso vendette i beni di 7 eretici. Fra Filippo da Mantovs vendette i eni di 3 eretici, di cui 2 donne, condannò un eretico già defunto e nominò notai inquisitoriali due cittadini veronesi. Nel 1289 convinse il governo ad accettare la presenza di un inquisitore a Venezia e divenne infine vescovo di Trento. 
Fra Filipp Bonacolsi è più noto per aver partecipato alla spedizione militare che ebbe luogo il 12 novembre 1276 contro glieretici di Sirmione, condotta dal vescovo di Verona fra Timidiol, da Pinamonte Bonacolsi e da Alberto della Scala, durante la quale vennero arrestati 166 catari, poi processati e bruciati nell'arena di Verona il 13 febbraio 1278 con l'aggiunta di un'altra quarantina di dissidenti. Le vicende di questa terribile esecuzione, la più grande avvenuta per eresia in un solo giorno e probabilmente anche la più grande in assoluto in Italia, sonoracchiuse nelle scarne righe di una cronaca veronese che copre gli anni 1259-1306, attribuita a un membro della famiglia De Roamno: le autorità appena elencate

presero 166 tra eretici ed eretiche che furono condotti a Verona per volontà e beneplacito del signor Mastino, che era allora signore di Verona. Nel 1278, la domenica 13 febbraio, nell'arena di Verona furono bruciati circa duecento patarini di quelli che erano stati presi a Sirmione e fra Filippo, figlio del signor Pinemonte, era l'esecutore. 

Un'altra cronachetta scaligera è ancora più laconica e fissa il rogo nell'anno 1276, dimezzando il numero dei condannati: <<In quest'anno cento eretici e patarini da Sirmione furono bruciati nell'arena>>. La ferocia di questa esecuzione di massa conrasta con i dati delle condanne capitali nella provincia della Marca trevigiana presenti nelle Colectiorae per tutta la metà del Duecento: a quella veronese di Spera se ne aggiunge solo un'altra, quella di Ugolino da Reggio, bruciato vivo sotto l'inquisitore fra Boninsegna alla fine del secolo. 
Continando la serie degli inquisitori, fra Bartolomeo Mascara nel 1282 e nel 1285 vendette beni di 3 eretici, facendo la fortuna di un proprio parente, e fu ministro provinciale per almenoun decennio, dal 1289 al 1299, periodo in cui nomnò inquisitori alcuni frati che sarebbero risultati indegni affaristi. Fra Bonagiunta, assieme a fra Giuliano da Padova, denunciò al papa le autorità veneziane che impedivano il funzionamento corrente dell'ufficio, ma a sua volta venne denunciato da un abitante di Venezia, che era stato citato a comparire fuori dai confini della diocesi. Fra Bonagiunta condannò  eretici, fra Giuliano altri 2, ma continuò a vendere i beni di un terzo eretico anche dopo la fine del suo incarico e cercò di arricchire i propri nipoti estorcendo denaro a un quarto. 
Il gruppo di inquisitori della Marca trevigiana con più determinazione è quello della fine del Duecento: quasi tutti originari del Padovano, nominati dal provinciale fra Bartolomeo Masccara. In questo periodo gli inquisitori sono contemporaneamente tre o anche quattro e parecchie sedi vicariali diventano uffici stabili: Padova, Venezia, Viccenza. Verona, Conegliano. Confische e vendite di beni di eretici: fra Francesco da Trissino 17 casi, fra Alessandro da Treviso 9 (divenne poi vescovo di Feltre e Belluno), fra Antonio de Luca 3, fra Antonio da Padova (da non confondere con l'omonino santo) 20 casi, fra Pietrobuono da Padova 11, fra Dondeo 3, fra Boninsegna da Trento 14, fra Aiulfo 8, fra Paolino 4, fra Pietricinio 4. I documenti riportano quasi solo il nome del processo e il valore dei beni venduti, che varia di molto: da 3, 4, 12 lire di piccoli a 400, 300, 500, per arrivare a 1.000, 2.000, 1.024, 1.500 e in qualche caso a 4.000 e 6.000 lire di piccoli, ma anche 212 fiorini d'oro. Dalle indicazioni dei beni  venduti dagli inquisitori a Padova si arguisce che le confische riguardavano case, masi, molti terreni, un mulino, patrimoni cioè di grande valore, ma le cifre basse di altri casi fanno supporre beni mobili o immobili di poco conto: ad esempio 4,44, 30, 40 soldi di bagattini, 7, 11, 200, 2, 150 lire di bagattini 3, 5, 4, 10, 25 soldi grossi veneti. I terreni non venivano soltanto venduti, ma anche dti a livello e quindi producevano entrate fisse e continuative. 
Pochi eretici e molti soldi tra le mani erano una grossa tentazione per gli inquisitori, anche se votati alla povertà personale come già aveva intuito il capitolo generale di Lione del 1272. La tentazione si trasformò in malvesazione nell'ultimo gruppo di inquisitori venuti dalla lista precedente, tanto che ci furono due severe inchieste papali contro di loro nel 1302 e nel 1308. I giudici speciali inviati da Bonifacio VIII e da Clemente V raccolsero abbondanti dati sulla gestione economica, conservati a Roma nelle Collectiorae dell'Archivio Segreto Vaticano, mentre i verbali dei processi tenuti nelle sedi locali sono quasi tutti scomparsi nel corso dei secoli. 
Poche altre nootizie, anche queste frammentarie, si possono ricavare da fonti di diverso genere su individui processati o sospettati, sulle loto dottrine e anche sulle condanne capitali. Oltre a quelli sopra indicati, roghi di eretici ebbero luogo a Verona dal 21 al 23 luglio 1233 (60 uomini e donne), a Vicenza verso il 1260 (i diaconi catari Olderico de Marola e Tolomeo, con altri 8), a Padova nel 1272 (2 donne), sempre a Padova all'inizio del Trecento (22 dolciniani).

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mercoledì 17 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. La nuova organizzazione dell'ufficio inquisitoriale

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

L'eliminazione degli ultimi catari nel secondo Duecento

La lotta finale contro i catari

La nuova organizzazione dell'ufficio inquisitoriale



La nuova organizzazione della rete inquisitoriale in Italia fu stabilita da Innocenzo IV con la lettera Cum super inquisitione dell'8 giugno 1254. Vennero istituiti sotto grandi distretti: Lombardia e Regno di Napoli affidati ai domenicani; Marca trevigiana, Romagna, Tosccana, Umbria, Lazio affidati per la prima volta ai frati minori. I motivi di questa sostituzione dei domenicani con i francescani nella maggior parte delle sedi inquisitoriali non sono chiari: forse si cercava di avviare in questo modo alla ostilità che i primi avevano suscitato con il loro rigore, forse il papa voleva servirsi anche della popolarità e della competenza dei secondi nella lotta così importante contro i catari. Il <<progetto di persecuzione sistematica dell'eresia>> atuato da Innocenzo IV infati utilizzò le strutture provinciali degli ordini mendicanti, accomunando la responsabilità dei priori e ministri provinciali e degli inquisitori e determinando la fine pratica di quella poca collaborazione tre vescovi e inquisitori che pur c'era stata. Ora gli inquisitori venivno in genere nominati dai superiori provinciali e cominciavano a operare come titolari di una struttura istituzionale interna all'ordine. 
Nella Lombardia domenicana, che si estendeva da Bologna a Ferrara fino alla Marca di Genova e al Piemonte, oltre naturalmente alla odierna Lombrdia, all'inizio gli inquisitori erano quattro, ma nel 1256 con la bolla Olim presentientes felicis furono portati a otto e furono dotati di uuna maggiore autonomia nei confronti dei vescovi. Nel Regno di Napoli, Campania, Abruzzo, Puglia, Calabira e Sicilia, l'azione antiereticale fu proomossa da Carlo d'Angiò dopo la battaglia di Benvenuto nel 1268 con l'appoggio concesso a quattro inquissitori domenicani, seguendo le linee adottate nel Tolosano dal fratello Alfonso, conte di Potiers e Tolosa, ce aveva fatto riservare le entrate delle confische inquisitoriali alle cose regie. 
Nella Marca Trevigiana, che comprendeva tutto il Veneto e il Friuli, si ha notizia di due inquisitori nominati a Venezia nel 1251, ma in realtà l'innquisitore poté operare nella capitale della Serenissima Repubblica soltanto dal 1289. Il papa delegò i francescani per tutta la provincia nel 1254, ma solo dal 1262 si ha l'elenco dei loro nomi. 
Nella Romagna vi fu un solo inquisitore fino al 1259, poi due. Anche nelle Marche l'inquisitore fu unico fino al 1258, e in seguito i documenti pontifici si rivolgono agli inquisitori al plurale. In Toscana il papa nel 1254 autorizzò il provinciale a nominare due inquisitori, ma si conoscce il nome di uno di loro  solamente nel 1258. fra Giovanni Oliva, che fu molto attivo tr Siena, Montieti, San Gimignano, Firenze, altri inquisitori sono nti più che altro per i contrasti con i comuni di orientamento sia gibellino sia guelfo. Nel Lazio gli inquisitori furono due fin dall'inizio e in Umbria a partire dal 1258, talvolta avevano competenza sulle due province, come fra Andrea da Todi, attivo tra 1259 e 1262. Particolare rilievo ebbe l'attiva di fra Bartolomeo da Amelia e fra Benvenuto da Orvieto nel 1268-1269 a Orvieto: essi emisero sentenze contro 87 persone tra perfetti catari, credenti, fautori e ricercatori di eretici recidivi; le pene inflitte comprendevano inabilitazioni, confische di beni, multe, pellegrinaggi, distruzione delle cose, bando, carcere, ma nessuna condanna capitale. 
In generale si può rilevare una ritrosia iniziale dei francescani a impegnarsi nel nuovo compito: durante il generalato di fra Giovanni da Parma (1247-1257) presero parte all'attività inquisitoriale solo marginalmente, mentre vi furono pienamente implicati durante il generalato di fra Bonaventura (1257-1274), soprattutto a partire dal 1258. Alessandro IV nei due anni e mezzo che seguirono questa data rivolse oltre ottanta bolle agli inquisitori francescani, segno che solo allora questi sostituirono veramente i domenicani nei distretti loro assegnati. L'appoggio pieno dei francescani nella lotta contro i catari dipese probabilmente da più fattori: dalla volontà di cancellare ogni dubbio di eterodossia, dopo che lo stesso fra Giovanni da Parma era stato accusato di gioachinismo, dalla durezza con cui la Bonaventura trattava le questioni della fede e da una probabile ambizione ed emulazione nei confronti dell'altro ordine mendicante. Le scelte di fra Bonaventura furono condivise dall'ordine, che cercò a ogni modo di stabilire dei controlli sul potere degli inquisitori, come dimosrano le norme approvate nel capitolo generale di Lione del 1272: esse prevedevano che gli inquisitori rendessero conto delle entrate e delle spese dell'ufficio ai capitali provinciali, rafforzando così i legami istituzionali tra inquisitori e ordine. 
Non è facile delineare quale fosse in concreto l'atttività repressiva esercitata contro i catari e gli altri eretici. Nella generale carenza di studi sistematici sull'Inquisizione medievale in Italia, sembra accertato che i casi di grande attività come Orvieto o a Verona fossero sporadici, e che solo raramente i processi si concludessero con i roghi. Gli storici tuttavia oscilano tra il ritenere <<piuttosto modesta>> l'attività corrente degli inquisitori, punteggiate da scontri con le autoità secoolari, e il ritenerla sostenuta e decisa. L'opposto giudizio dipende da opzioni generali diverse, ma ance da una diversa valutazione degli stessi scarsi documenti. E' molto utile quindi entrare nel dettaglio per vedere direttamente quali sono i dati disponibili.

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lunedì 15 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. L'eliminazione degli ultimi catari nel secondo Duecento. La lotta finale contro i catari

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 



L'eliminazione degli ultimi catari nel secondo Duecento

Dopo l'incerto ventennio iniziale, gli inquisitori generarono con amggior intensità in Italia nella seconda metà del Duecento, sotto l'urgenza della grande lotta conro i catari. Per l'ufficio inquisitoriale questo fu un periodo d'oro, che si concluse quasi simboolicamente con la crociata contro Dolcino, culminata con la sua morte sul rogo nel 1307. Il potere civile contribuì alla sconnfitta dei dissidenti in seguito ai mutamenti politici e sociali che intervennero nelle aree più sviluppate d'Europa, e in particolare in Italia, le autorità pubbliche si mostrarono indifferenti alle concezioni catare. e iinteressate invece a una vita religiosa ordinata. In questo senso venne avviato nel Ducento un collegamento più stretto tra fedeli e parrocchie, atraverso l'obbligo della comunione annuale e dalla confessione presso il proprio sacerdote curato, e nel Trecento si identificò ancora di più la vita religiosa con gli obblighi imposti dalle norme canoniche. Nel Trecento iniziò anche un processo che portò gli organismi diocesani e parrocchiali  a diventare più efficienti. Cominciarono a svilupparsi notevolmente laicali, maschili e femminili, che erano di origine antica e che sarebbero passate sempre ppiù spesso sotto il controllo degli ordini mendicanti e del clero diocesano. I papi riuscirono a riservarsi il diritto di nominare i vescovi, sottraendolo ai capitoli cattedrali.Le Curie diocesane si dotarono di personale stabile per i tribunali e la cancelleria, migliorarono il controllo del clero e l'amministrazione fiscale. 
Se si prende in considerazione la produzione storiografica riguardante questo periodo, si nota che mentre la vita religiosa è stata abbastanza indagata e le eresie, in particolare quella catara sono molo studiate, discusse e ridiscusse sugli inquisitori e sul loro esercizio del potere nella nostra penisola le ricerche sono poche e in buona parte vecchie e limitate. L'Italia medievale è un paese punteggiato da migliaia di campanili, e da centinaia di eretici, ma sembr asguarnito di inquisitori. 

La lotta finale contro i catari

Immediatamente dopo l'assassinio di fra Pietro da Verona, Innocenzo IV volle dare nuovo impulso all'ufficio inquisitoriale, che fino ad allora si era venuto struturando in modo lento e faticoso. La decisione rientrava in un disegno più vasto di supremazia pontificia, per raggiungere la quale qualche anno prima il papa aveva bandito una crociata contro l'imperatore Federico II per la sua opposizine alle pretse papali di sottometterlo alla propria autorità. Morto Federico II, con al decretale Ad extirpanda del 15 maggio 1252, Innocenzo IV stabilì alcuni principi base che sarebbero perdurati nei secoli seguenti, ufficializzando disposizioni presenti nelle costituzioni antiereticali feericiane: obbligo impostoal podestà di far rispettare le leggi civili ed ecclesiastiche conro gli eretici; formazione di un corpo di polizia di dodici uomini sicuramente catttolici, due notai e due servitori, per la cattura degli eretici e la confisca dei loro beni; stesura scritta dagli inquisitori da parte di un notaio; carcere speciale a spese del comune e tortura dell'eretico da parte del podestà <<senza perdita di membra e pericolo di morte>>; vendita dei beni degli eretici e ripartizione delle entrate in tre parti: una al comune, una agli ufficiali dell'Inquisizione, una all'inquisitore e al vescovo per finanziare la lotta all'eresia. 
La novità della decretale Ad extirpanda consiste sopratutto nell'aver raccolto in un unico documento una serie di scelte decise in precedenza in modo non sistematico, e nell'ave stabilito un rapporto diretto tra papa e comuni, a prescindere dall'appoggio imperiale e dalle sue leggi. Strumento di questo rapporto diretto furono gli ordini mendicanti. Essi furono molto utili al processo di accentramento romano attuato per il controllo delle diocesi e per rimediare al poco interesse dei vescovi nella lotta contro i catari. Si delineò così un modello italiano dell'ufficio inquisitoriale, che assunse nella pratica  alcune caratteristiche peculiari rispetto al funzionamento nelle altre aree europee, particolarmente in Francia e in Germania, con una propria organizzazione territoriale e una procedura adattata alle esiigenze locali, divise a seconda delle regioni italiane.

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sabato 13 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. Formazioni armate contro gli eretici in Italia. Catari e autorità cittadine contro gli inquisitori

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>

Gli inizi dell'ufficio inquisitoriale negli anni '30 del Duecento

Formazioni armate contro gli eretici in Italia

In Italia ci fu, la forza armata che venne messa in altro modo a disposizione delle autorità ecclesiastiche. Negli anni '30 del Duecento sorsero infatti alcune confraternite penitenziali armate, che si proponevano il miglioamento della vita religiosa e morale dei confratelli; come ogni confraternita, ma anche l'intervento in difesa della fede <<contro ogni setta eretica>> e a sostegno della libertà della Chiesa. Una milizia del genere sorse a una forma e venne sostenuta da sette bolle papali tra 1234-1235. I confratelli erano maschi e femmine, ma ai primi era riservato l'uso delle armi. Dovevano riunirsi almeno una volta al mese per ascoltare la predicazione della parola di Dio da parte del vescovo, ma la loro formazione religiosa era affidata al maestro generale dei domenicani. Si trattava dunque di una mobilitazione stabile di laici, nobili e non nobili, sotto il controllo ecclesiastico e in appoggio all'aione inquisitoriale dei domenicani una forma quotidiana di crociata, che procura va l'indulgenza plenaria in caso di morte in combattimento per la Chiesa, 
L'esperienza parmense, durò solo qualche decennio, ma analoghe formazioni religioni armate ebbero vita in altre parti d'Italia, ad esempio a Milano (1233), Bologna (1261), in particolare nella seconda metà del secolo XIII: La loro attività è poco conosciuta, data la scarsità della documentazione, ma accompagnò spesso gli interventi degli inquisitori. 

Catari e autorità cittadine contro gli inquisitori


San Pietro Martire 


La presenza e l'azione degli inquisitori non furono sempre accettate e appoggiate di buon grado dalla popolazione e dalle autorità cittadine e ci furono alcuni episodi di violenta opposizione in Francia e in Italia. Nel 1239 i cittadini di Orvieto assalirono e incendiarono il convento dei domenicani e bastonarono duramente l'inquisitore. Nel castello di Avignone furono uccisi nel 1242 i due inquisitori di Tolosa e i loro otto funzionari da una quarantina di cavalieri e 25 uomini armati venuti da Montségur, un degli ultimi castelli in cui i catari vivevano al sicuro; per questo motivo Montségur venne assediata e conquistata subito dopo. Il podestà di Firenze nel 1245 si rifiutò di arrestare un notabile che proteggeva i catari e, costretto a farlo dall'inquisitore, ne facilitò poi la fuga e provocò anzi una piccola battaglia tra i cittadini sostenitori agli eretici e gli armati della milizia della fede al servizio dell'inquisitore. Nel 1252 l'inquisitore domenicano della Lombardia fra Pietro da Verona fu assassinato sulla strada da Milano a Como in un agguato ordito dei catari lombardi, tra i quali il nobile milanese Stefano Confalonieri. 
Nella dinamica di questi episodi di opposizione si notano argni e motivi differnti: una parte degli scontri sono condotti direttamente dai catari, un'altra parte da cittadini e autoeritò comunali. La storiografia precedente tendeva a mostrare il sistema inquisitoriale come un corpo estraneo alla società e spiegava queste reazioni come manifestazioni del ghibellinismo, a sostegno dunque l'egemonia dell'impero contro il papato. Oggi si tende invece a vedere l'operato inquisitoriale in funzione alla società costituita, quindi per il mantenimento dell'uniformità religiosa,  voluta anche dale attività secolari a queste reazioni si spiegano piuttosto come tentativi per sostenere l'autonomia giurisdizionale dei comuni nei confronti della Chiesa, non come appoggio agli eretici. 
L'episodio più sanguinoso di opposizione agli inquisiori avvenuto in Italia fu senza dubbio l'assassinio di fra Pietro da Verona, la cui vita e morte sono altamente emblematiche. Nato nel 1203, figlio di catari, Pietro divenne frate ascoltando Domenico nel suo zelo venne nominato dal papa inquisitore in Lombardia nel 1251. Questo stesso impegno, gli costò anche la vita: mentre si recava a Como per la sua missione, fu ucciso vicino a Seveso il 6 aprile 1252 in un'iimboscata tesagli da un sicario pagato dai catari, il quale gli conficcò una spada in testa. Fra Pietro venne canonizzato da Innocenzo IV il 9 marzo 1253, nemmeno un anno dopo la morte, e fu in assoluto il secondo santo domenicano. Il suo nome fu trasformato in San Pietro Martire e divenne il patrono e il modello ideale degli inquisitori: un eretico convertito, martirizzato dagli eretici, quanto più affascinante e coinvolgente poteva escogitare e proporre l'offensiva cattolica contro i catari.

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L'Inquisizione in Italia. La milizia della parola contro gli eretici. Testimoni del Vangelo o giudici contro la cristianità?

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>

Gli inizi dell'ufficio inquisitoriale negli anni '30 del Duecento



La milizia della parola contro gli eretici

La mobilitazione dei domenicani come giudici inquisitoriali accompagnò la loro mobilitazione come predicatori e testimoni della fede, richiesta dal papa negli stessi anni in funzione antiereticale. Mentre nella bolla di canonizzazione di sant'Antonio da Padova, anch'eglifrate minore, datata 23 giugno 1232: la sua santità rientra tra i <<segni e prodigi attraverso i quali l'eretica pravità è confusa e la fede cattolica è confermata>>. Queste idee diventano la struttura portante della bolla di canonizzazione di Domenico, datata 7 luglio 1234, nel testo della quale la santità di Domenico è inserita <<in una grandiosa prospettiva di storia della milizia cristiana>>, realizzata attraverso la milizia della parola ed espressa in termini militareschi e militanti. La predicazione e la testimonianza di vita evangelica è rivolta <<ad esprimere l'eretica pravità scacciare i vizi, insegnare la regola della fede e ammaestrare gli uomini nei sani costumi>>. Secondo le parole della bolla, Dio <<fece avanzare le schiere dei frati Predicatori e Minori con eletti comandanti destinate al comune comabttimento, suscitando lo spiirito di san Domenico. Tutta la setta degli eretici tremò, tutta la chiesa dei fedeli esultò>>. 

Testimoni del Vangelo o giudici di crimini contro la cristianità?

In parecchi libri gli storici discutono se il lettore più rilevante nella definitiva eliminazione del catarismo fuil rinnovamento interno della Chiesa attraverso la testimonianza e la predicazione dei domenicani e dei francescani, oppure l'atttività giuduziaria degli stessi ordini mendicanti contro i delitti di fede. La questione va impostata in termini più generali e a diversi livelli: la curiosità occidentale si percepisce come una cittadella assediata dall'esterno e attaccata dall'interno. Il nemico esterno, l'Islam, a sua volta è una cittadella con le armi spianate, mentre i nemici itnerni sono cristiani alla ricerca di esperienze evangelichhe più profonde, che invece dalle autorità ecclesiastiche e dai teologi sono considerate una minaccia delle credenze-base della società. Gli eretici, vengono quindi oombattuti con le armi crociate, come i nemici esterni, convertiti con le armi della predicazione e dell'azione giudiziaria, ed eliminati fisicamente con il rogo se non resta altra soluzine per ristabilire il bene ultimo della cristianità. 
Gli strumenti di convinzione e gli strumenti duri di coercizione sono dunque strettamente complementari, non contrapposti e anche la coercizione mira alla conversione, imposta con la paura della morte, Ci sono molti più studi sulla vita religiosa, l'ispirazione interiore, l'ordinamento e le attività degli ordini mendicanti piuttosto che sull'azione dei loro inquisitori e queste disaparità di studi può falsare la valutazione complessiva. E' impossibile districare gli effetti della predicazione da quelli dell'ufficio inquisitoriale, della predicazione da quelli dell'ufficio inquisitoriale, che vanno invece considerati assieme con due modalità di un'unica missione assegnata dal papa ai frati mendicanti. 
I movimenti di tipo pauperistico-evangelico, furono percepiti con miinor timore e alcuni piccoli gruppi, vennero anche reiseriti nelle strutture clericali della Chiesa, mentre le chiese catare avevano dottrine più difformi dai fondamenti della morale della cristianità, un'indifferenza verso gli sviluppi della civiltà mercantile e quindi una fragilità-interna, e inoltre venivano percepite come un'anti-chiesa organizzata, un grave e minaccioso pericolo per al società. I domenicani, e più tardi i francescani. contribuirono in modo dedcisivo ad accentuare gli effetti di questa fragilità interna dei catarismi per mezzo della loro testimonianza eangelica e della loro convinta predicazione. e originario la portata dei movimenti dualisti attraverso la repressione realizzata con i processi, le abiure e le condanne capitali, facendo coesistere testimonianza esemplare e sopraffazione violenta.

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giovedì 11 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. Le nomine di altri inquisitori in Italia, Francia e Spagna

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>

Gli inizi dell'ufficio inquisitoriale negli anni '30 del Duecento

Le nomine di altri inquisitori in Italia, Francia e Spagna



Le notizie sui primi inquisitori in questi Stati sono in genere poche e talvolta confuse, le fonti processuali sono molto frammentarie. Dopo gli sviluppi visti in Germania, i domenicani furono nominati inquisitori nelle altre zone di presenza catara. In Italia Gregorio IX sollecitò nel maggio del 1231 l'arcivescovo di Milano e i suoi vescovi suffragenei ad applicare le norme antiereticali, e così con l'aiuto deidomenicani ebbe lugo una grande repressione, con molti roghi di catari. Un vero e proprio inquisitore fu nominato dal papa in Lomabardia il 3 novembre 1232: il domenicano fra Alberico, che intervenne con il vescovo di Bergamo contro il podestà che aveva liberato parecchi eretici. Nel 1233 anche a Piacenza il nuovo podestà proteggeva gli eretici e i cittadini assalirono e ferirono fra Rolando da Cremona, domenicano inviato dal papa, il podestà fu scomunicato dal vescovo, arrestato e infine liberato dietro causzione; siccome però continuava in un altro castello a proteggere i catari, il vescovo di Como fu incaricato di prenderlo e farlo giudicare da Rolando. A Firenze parve che ci fosse fin dal 1227 un tribunale inquisitoriale, composto dal domenicano fra Giovanni da Salelrno, dal priore cistercense dell'abbazia di Santa Maria e da un canonico fiorentino. Dopo la morte di fra Giovanni il suo pposto fu preso dal confratello Aldobrandino Cavalcanti, anche l'abate di San Miniato processava eretici. Nel 1233 il papa inviò in aiuto  al vescovo di Firenze il domenicano fra Giovanni da Vicenza, cui seguì fra Rolando da Cremona, ma non si conosce quasi nulla della loro attività. Nella Marca trevigiana, in particolare a Vicenza, operò Giovanni da Vicenza, che nel 1233 fece bruciare una sessantina di catari, uomini e donne. Gregorio IX inviò a bbreve distanza di tempo due cardinali come legati papali nell'alta Italia nel 1236 per spingere all'intervento contro i patriarchi di Grado e di Aquilea, gli arcivescovi di Milano, Ravenna, Genova, gli abati, i priori e i decani, i conti e i marchesi, i podestà della Lombardia della Marca trevigiana e della Romagna. 
Nella Francia settentrionale con una bbolla del 13 aprile 1233 i vescovi furono avvertiti che ai domenicni erano state affidate le funzioni di inquisitori. Il 19 aprile 1233 furono mandati a Charité-sur-Loire per la lotta contro gli eretici fra Roberto il Bulgaro, chiamato così perché era stato chiaro, il priore domenicano di Besançon e un confratello, che perpetrarono violenze inaudite e comprano violazioni della giurisdizione. Infine il 21 agosto 1235 Gregorio IX nominò inquisitore per tutto il Regno di Francia fra Roberto il Bulgaro, che agì principalmente nelle Fiandre e nella Champagne, in modo brutale, processando catari, bruciandoli e facendoli sotterrare vivi. Tra l'altro nel 1239 distrusse la comunità di Montwimer, mandando al rogo 180 eretici. Fu accusato presso il papa di irregolarità e contrasti proceduali con i vescovi e, riconosciuto colpevole, fu esonerato dall'inacarico e condannato al carcere. 
Nella Francia meridionale il papa affidò l'ufficio inquisitoriale ai domenicani di Tolosa nell'aprile del 1233 e il provinciale nominò tre confratelli, coadiuvati da altri frati. I vescovi, che in questi documenti pontifici non vengono mai ricordati, a loro volta cercarono di rafforzare la legislazione dioecesana antiereticale e il conte di Tolosa fece altrettanto e si mostrò molto disponibile nella lotta contro i catari, secondo i termini della pace di Meaux che aveva concluso la crociata. L'azione effettiva venne svolta soltanto dagli inquisitori domenicani con metodi spicci e interrogatori che offrivano poco scampo, con roghi di catari vivi, e a volte riesumando i cadaveri. Il conte di Tolosa se ne lamentò presso il papa, ma questi si limitò a sollecitare il suo legato e i vescovi ad agire con prudenza. Gli abitanti di Tolosa e di Narbonne cacciarono allor i domenicani dal convento, ma l'intervento del papa e del re di Francia tennero a bada il conte e i tolosani, mentre il legato papale affidò la funzione inquisitoriale ad altri frati e ai vescovi, moderendo così lo zelo dei domenicani. 
In Bosnia, il papa dal 1221 in poi cercò attraverso i vescovi e i propri legati di convertirli, minacciò a più riprese una crociata, con scarsi risultati, dal 1233 al 1240 furono fatti vescovi alcuni domenicani, una nuova crociata fu intrapresa dal re d'Ungheria dal 1246-1248, ma tutti questi sforzi quasi inutili. 
I domenicani furono utilizzati per sostenere l'azione processuale dei vescovi in Spagna, dove si erano rifugiiati molti catari scappati durante la crociata francese. Pietro II d'Aragona e poi nel 1226 Giacomo I pubblicarono editti severissimi conro di loro, per evitarne l'esodo dalla Linguadoca, ma pare senza effetti. Gregorio IX si rivolse allora con una bolla del 26 maggio 1232 all'arcivescovo di Terragona e ai suoi vescovi suffraganei per sollecitarli all'inquisizione degli eretici, eventualmente coon l'aiuto dei frati domenicani o di altri. Nel 1233 ilr e d'Aragona stabilì l'azione giudiziaria contro i catari fosse fatta da un prete nominato dal vescovo e da due o tre laici nominati dal bailo del re. Il papa, aggiunse loro i domenicani. I processi, fatti dai vescovi con l'aiuto dei domenicani e francesi furono scarse e poche furono le condanne capitali. Nel 1238 Gregorio IX nominò un domenicano e il provinciale francescano inquisitori nel Regno di Navarra, mentre in Castiglia i pochi processi inquisitoriali continuarono a essere istruiti dai vescovi.

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mercoledì 10 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. Gli inizi dell'ufficio inquisitoriale negli anni '30 del Duecento. Le nomine dei prmi inquisitori nell'area tedesca. I motivi della scelta papale di inquisitori domenicani

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>

Gli inizi dell'ufficio inquisitoriale negli anni '30 del Duecento



I giudici che stabilivano chi fosse eretico erano degli ecclesiastici. L'opera dei legati apostolici in Francia, in genere cistercensi, e i tribunali vescovili, competenti in via  ordinaria di contenimento del catarismo in quel paese, ma non   avevano dato risultati soddisfacenti soprattutto nel resto dell'Europa. 

Le nomine dei primi inquisitori nell'area tedesca

In alcune situazioni c'erano stati interventi gravi e conseguenti rimostranze, come nel caso delle esecuzioni di massa perpetrate nella valle del Reno da Corrado Tors, <<che era laico del tutto e dell'ordine dei predicatori>> e da Giovanni l'Orbo, un laico <<veramente del tutto cattivo>>. Poche e malsicure sono le notizie di cui disponiamo sulla base di alcuni presenti in alcune cronache. Il papa con una lettera  del 12 giugno 1227 attribuì la funzione di ricercare e perseguire gli eretici a Corrado da Marburgo, di quale ordine religioso non si sa, che si aggiunse ai giudici sopra menzionati e fu accompagnato inoltre da alcuni frati domenicani e francescani. Questo gruppo non costituiva un tribunale, ma sollecitava i vescovi a fare i processi e premeva sulle autorità secolari per l'esecuzione delle sentenze, con il conseguente arricchimento di entrambi attraverso le confische dei beni dei condannati. L'11 ottobre 1231, con una seconda lettera, il papa concesse pieni poteri inquisitorialia Corrado da Marburgo e l'azione processuale dirette passò nelle mani di questi, che la condusse con l''ausilio degli altri due in qualità di giudici subdelegati. Oggi si ritiene che venissero applicate le regole del nuovo procedimento inquisitoriale, mentre la tradizione storiografica parla di mancato rispetto delle norme di crudeltà gratuite. 
Il papa cercò di rrinvigorire l'azione dei vescovi, inviando le norme antiereticali agli arcivescovi di Salisburgo e Treviri nel giugno del 1231, e in novembre e dicembre le stesse disposizioni furono mandate ai domenicani di Friesach in Carinzia  e a quelli di Strasburgo. Nel medesimo anno con la bolla Ille humani generis  fu nominato inquisitore il priore domenicano di Ratisbona con il potere di delegare a sua volta frati domenicani o altri di sua fiducia a condurre i processi. L'azione pesante di Corrado di Marburgo e dei due compagni continuò autonmamente, ma quando venne accusato di eresia o complicità con gli eretici il conte Enrico II di Sayn. vi si oppose fermamente l'arcivescovo di Treviri e allo stesso re Enrico VII avvertirono il papa, il quale scandalizzato dal comportamento di Corrado cercò di porvi rimedio. Nel frattempo i tre inquisitori furono assassinati in città diverse e dopo questo cruento epilogo, una cinquantina di condannati per eresia ottennero la riabilitazione, compreso il conte di Sayn. Questa vicenda fa comunque seguire dubbi sulla certezza dei tre giudici ammazzati. L'azione contro i catari venne perseguita dai vescovi e dagli inquisitori, con l'appoggio delle autorità secolari sollecitate dal papa. Gregorio IX inoltre fece indire una crociata e alcun signori fecero voto di attuarla, ma una corciata fu effettivamente realizzata solo nel 1233-1234 da tre vescovi feudatari contro i contadini dell'arcivescovo di Brema che si rifiutarono di pagare le decime. 

I motivi della scelta papale di inquisitori domenicani

Situazion analoghe a quella qui descritta si verificarono in altri paesi europei dove si era diffuso il catarismo. Gregorio  IX, decise di delegare sempre di più ai domenicani il potere di agire come giudici speciali, in dipendenza diretta da lui, per cercare attivamente gli eretici e processarli. Nel 1232-1234 nominò diversi altri inquisitori domenicani in Italia e Francia, alcuni nel Regno di Aragona e nel 1238 in quello di Navarra. Le decisioni del papa non furono prese per l'irgenza di una mobilitazione antieretical strordinaria e massiccia, perché i movimenti catari erano stati pesantemente ridimensionati in Francia dalla crociata, costretti al ripiegamento e alla clandestinità in Italia dalla <<grande devozione>> e dalla violenta repressione connessa, mentre in Spagna i dualisti non avevano solo creato rifugio dalle pure persecuzioni. Il papa aveva invece la necessità di conservare e consolidare una vittoria in corso e la volontà di usare la difesa del <<sistema dell'ortodossia>> in funzione del proprio  predominio sia all'interno della Chiesa sia nei rapporti con le autorità imperiali, reali, signorili e comunali. 

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L'Inquisizione in Italia. Il grande moto spirituale del 1233 in Italia

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>



Il grande moto spirituale del 1233 in Italia

La crociata produsse una gran crisi del movimento cataro in Francia, nell'Italia Centro-settentrionale il movmento ereticale, ancora vivace nelle sue sperimentazioni dottrinali, cominciò a percepire sempre più chiaramente l'avverso contesto storico e un destino di martirio che si stava preparando, per la convergenza tra il disegno ierocratico papale e gli interessi delle auotorità comiunali. 

Dimensioni delle comunità catare

Per valutare l'azione repressiva delle autorità ecclesiastiche e statali contro i catari bisognerebbe sapre quanti essi fossero veramente. Il loro numero viene indicato grossolanamente da un'nica fonte, la Summa de catharis et leonistis di fra Raniero Sacconi. Il trattati antiereticale fu scritto nel 1250 e dice che <<in tutto il mondo non vi sono più di quattromila catari tra uomini e donne, indicando ovviamente il numero dei perfetti. Queste e analoghe cifre medievali non sono computi esatti. ma vanno comunque prese come indicatori di grandezza. Il peso relativo delle comunità catare, precisato da Raniero, è a ogni modo signifiativo: nelle tre chiese superstiti di Francia si contano 200 perfetti; nelle sei orientali dei Balcani 500, in numero altrettanto ridotto. In Italia invece i dati quantitativi sono notevoli: nella chiesa di Concorezzo più di 1.500, a Desenzano 500, a Mantova 200, a Vincenza 100 e altrettanti tra Firenze e la valle di Spppoleto; inoltre a Verona e in altre località lombarde vi trovarono 150 perfetti venuti dalla Francia. 

La <<grande devozione>>

Una svolta di incalcolabile portata avvenne in Italia soltanto  in seguito alla <<grande devozione>> del 1233, il cosiddetto <<moto dell'Alleluia>>. Infimmati predicatori francescani e domenicani percorero le regioni settentrionali e centrali esortando alla pacificazione delle discordie cittadine, a una profonda vita morale, alla purificazione delle coscienze e ala difesa della verità di fede. I frati vennero chiamati talvolta a impegni momentanei di governo nei comuni, e misero mano anche gli statuti comunali. Molti eretici si convertirono, molti vennero perseguitati e mandati sul rogo. 

Da allora manifesamente rifulse e crebbe la grazia nei frati che predicavano la vita e la santità di frate Domenico, sia nei popoli che lo ascoltavano: così come appare da quanto accaduto nelle città di Lombardia, nelle quali una grandissima  moltitudine di eretici fu bruciata, e più di centomila uomini, che non sapevano se aderire alla chiesa di Roma o agli eretici, ci sono convertiti sinceramente alla fede cattolica della Chiesa romana, grazie alla predicazione dei frati Predicatori. E quasi tutte le città della Lombardia e della Marca rimettono nelle mani dei frati le loro questioni e i loro statuti affinché ordinino e mutino secondo la propria volontà. E fanno la stessa cosa per interrompere le guerre e trovare accordi di pace fra loro, altre che a proposito delle usuere e della restituzione del mal tolto, dell'ascolto delle confessioni e di molte altre buone cose che sarebbe troppo lungo illustrare. 

Norme antiereticali gli statuti comunali italiani

Mentre le prime disposizioni antiereticali si trovano negli statuti comunali già dal 1206, negli anni seguenti esse furono accettate solo da pochi comuni, nonostante l'imperatore Federico II avesse fatto esplicite richieste al riguardo nel 1224, ma furono diffusamente inserite solo dopo il 1233. Dopo <<la grande devozione>> le norme contro gli eretici non solo comparvero spesso negli statuti, ma vennero applicate in parecchie città. Anche se l'azione diretta contro l'eresia da parte dei comuni era un diritto irriducibile alle nomre nel Corpus iuris canonici, i pontefici lasciarono correre perché ai loro occhi l'intervento autonomo delle autorità comunali appariva un male minore, utile comunque alla campagna antiereticale. Gli effetti furono drammatici per i catari. A Milano, che era stata definita <<forca haereticorum>> (fossa piena d'eretici) già nel 1216, il podestà Oldrado da Tresseno mise al rogo nel 1233 molti catari e questo "merito" fu scolpito a imperitura memoria nalla sua epigrafe sepolcrale: <<Catharos, ut debuit, uxit>> (bruciò i catari com'era suo dovere).

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martedì 9 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. Lo svolgimento della crociata. Resistenza, fughe e declino dei catari francesi

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>



Lo svolgimento della crociata

Nel 1207 il cistercense Pietro di Castelnau, legato papale in Francia con l'incarico di svelare la complicata sitruazione religiosa, carica di risvolti politici scomunicò Raimondo VI di Tolosa perché non perseguitva i catari. Il 14 gennaio 1208 il legato fu assassinato e il conte fu accusato di essere stato l'istigatore dell'omicidio. Innocenzo III indisse subito una corciata attraverso alcune lettere bollate, che con un linguaggio biblico e militaresco sollecitavano a combattere gli eretici. 
La crociata fu condott da alcuni baroni e feudatari minori della Francia del Nord. Furono assediate  conquistate Bèziers e Carcassonne e i loro abitanti sterminati dalle truppe. Il cistercens Cesario di Heisterbach ricorda come i crociati risolsero a Béziers il problema di distinguere i catari dai cristiani fedeli alla Chiesa, riportando la rispsta di Arnaldo Amalrico, abate generale dei cistercensi e uno dei tre legati pontifici alla guida dei crociati: 

Essendo a conoscenza che i cattolici erano mescolati con gli eretici, dissero all'abate: <<Che cosa dobbiamo fare, signore?  Non possiamo distinguere i buoni dai malvagi>>. Si racconta che l'abate, come gli altri tememndo che per paura della morte (gli eretici) simulassero di essere cattolici e dopo la partenza (dei crociati) tornassero alla loro perfidia, abbia detto: <<Uccideteli! Dio infatti conosce cooro che sono suoi>>. Così innumerevoli furono uccisi in quella città. 

La crociata non soolo portò alla eliminazione fisica degli eretici, ma diventò di fatto una guerra di conquista del Nord contro il Sud della Francia con la presa di diversi castelli in nome della fede. Nel 1209, partiti i grandi siggnori, restò a Simone di Monfort, conte di Leicester e poi visconte di Béziers, il difficile compito di conservarsi il feudo che era stato dei conti aragonesi, che cercarono di espellere i francesi, e i conti francesi, che volevano rimanere a tutti i costi nei nuovi possedimenti. Raimondo VI riuscì a ottenere l'appoggio di Pietro d'Aragona, cercando di mostrare così che il contrasto era puramente territoriale e non religioso, ma entrambi furono sconfitti dai crociati francesi a Muret nel 1213 e Pietro II venne ucciso. La guerra riprese tra il conte di Tolosa e lo stesso re di Francia negli anni seguenti, ma alla fine i francesi del Nord vinsero definitivamente nel 1226. Il trattato di Meaux-Parigi del 1229 chiuse definitivamente la crociata e regolò i rapporti tra il re e i baroni di Francia da una parte e il conte di Tolosa dall'altra, togliendo a quest'ultimo circa metà dei domini e imponendogli condizioni economicamente meolto gravose. 

Resistenza, fughe e declino dei catari francesi

Il movimento cataro in Francia meridionale subì un tracollo e i perfetti persero gran parte del loro ascendente e influsso sulla società. La pressione militare cementò la coesione interna e la fermezza delle comunità dualiste, che perdurarono nonostante tutto. Alcuni storici sostengono anzi che l'espansione del catarismo continuò in certo modo fino agli anni '30. Ci fuurono alcuni episodiisolati e tragici di resistenza: moltto noto l'assedio subito a Montségur nel 1244 dal vescovo cataro della chiesa tolosana, Bernardo Marty e dai suoi fratelli, che alla fine furono sconfitti e 310 tra i superstiti vennero bruciati sul rogo. I successori di Marty si rifugiarono in Italia, dove trascorsero molti anni, in particolare a Cremona, Piacenza e Sirmione, mentre in Francia restarono i diaconi. Anche la Chiesa catara di Carcassonne ebbe vita difficile perché dopo la crociata fu uno dei centri di feudalità francese insediata in Linguadoca e più tardi sede inquisitoriale.

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lunedì 8 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. La crociata albigese in Francia meridionale. Le missioni e legazioni dei cistercensi nella complessa situazione della Linguadoca

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>



La crociata albigese in Francia meridionale

Nelle regioni occitaniche francesi il catarismo continuò a diffondersi, nonostante i tentativi di concessione e alcuni sparsi interventi giudiziari. Oggi gli storici ritengono che le dottrine dualiste non avessero fatto presa in tutti gli strati sociali, ma soltanto tra la piccola nobiltà dei borghi rurali fortificati, tra i contadini ricchi e le élite cittadine, cioè mercanti, giuristi, gli strati superiori dell'artigianato. La rappresentazione dell'eresia come un fenomeno amplissimo e unitario dipende dalle affermazioni distorte e iperboliche di polemisti, di legati pontifici e inquisitori. Attualmente si stima che il dissenso fosse molto limitato: il 2,5% della popolazione di Béziers nel 1209,  il 15% a Montauban nel 1241, dal 5 al 6% a Tolosa verso il 1260, dal 2,5% al 5% ad Albi tra il 1285 e il 1300. Clcoolando una media del 5% e talvolta meno, su tutta la popolazione della Linguadoca nell'arco di due secoli, i catari potrebbero essere stati circa 2-300.000. Anche l'azione degli inquisitori  tra il 1230 e il 1330 è stata largamente ridimensionata nel suo complesso: in questo secolo si stima che siano stati perseguiti 15-20.000 catari, forse il doppio, in pratica dall'1 a 1,5% circa della popolazione. L'impatto della repressione giudiziaria fu comunque meno intenso e di altro genere rispetto a quelli che furono gli effetti della crociata. 

Le missioni e legazioni dei cistercensi nella complessa situazione della Linguadoca

Gli interventi delle autorità ecclesiastiche e civili per riportare l'uniformità dottrinale nella Francia del Sud si intensificarono una cinquantina d'anni dopo la prima diffusione del catarismo, producendo un intreccio tra interessi religiosi e politici. Il conte di Tolosa, Raimondo V, che era in lotta contro il re d'Aragona, cercò aiuti militari in Francia e Inghilterra per sconfiggere la lega dei signori locali favorevoli all'eresia e sostenuti dal re d'Aragona, e si rivolse al capitolo generale dei cistercensi perché i dissidenti fossero convertiti. Nel 1178 venne mandato in missione dai re di Francia e d'Inghilterra il legato apostolico Pietro da Pavia, con l'approvazione del papa, che gli affiancò Enrico di Marsiac, abate cistercense di Clairvaux  e quattro vescovi. La situazione si rivelò molto compromessa agli occhi degli inviati: in Guascogna, nell'Albigese e a Tolosa il catarismo era diffuso anche tra i cittadini più in vista e a Béziers era apertamente favorito dal conte Ruggero II Trencavel e da sua moglie, più tardi dal suo successore Raimondo Ruggero Trencavel, che aveva moglie e e sorella catare perfette. Nel 1179 Enrico di Marsiac, nominato vescovo di Albano e cardinale, ritornò come legato papale in Linguadoca e con l'aiuto di un piccolo esercito di cavalieri assediò e conquistò una cittadina del conte Trancaval, riuscendo anche a convertire il vescovo cataro Bernardo Raymond e un suo compagno. 
Il conte di Tolosa Bernardo VI, che puntava all'egemonia nella regione e si mostrava indulgente con gli eretici; i grandi feudatari, come i Terncavel, signori di Béziars, Carcassonne e  Albi, che aderivano al catarismo come molti dei loro vassalli e cercavano di conservare il proprio potere; il comune di Tolosa, che aspirava a diventare indipendente dal conte; il re d'Aragona, signore di Montpellier, che mirava a costituire un ampio dominio tra Nord della Spagna e Sud della Francia. Papa Innocenzo III si mostrò deciiso a risolvere la situazione provenzale, percepita come gravissima, inviando parecchi legati, sollecitando sttività diocesane e secolari ad appoggiarli e proponendo nel 1204 al re di Francia l'uso della forza contro gli eretici con le stesse indulgenze concesse a <<quelli che si recano oltremare per difendere la Terrasanta>>.

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domenica 7 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. I nuovi ordini religiosi mendicanti

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>

I nuovi ordini religiosi mendicanti

Durante il pontificato di Innocenzo III, che segna una fase importante nel disegno ierocratico papale e nella lotta antiereticale, due personalità carismatiche, Francesco d'Assisi e Domenico di Guzmàn, fondarono dei gruppi di fratelli che vivevano in povertà praticavano con estrema coerenza gli insegnamenti di Gesù Cristo. Questi ordini si chhiamarono mendicanti perché non si basavano sul possesso fondiario e immobiliare, ma sul denaro offerto dai fedeli, ragion per cui si stabilirono nelle città, non più nelle campagne.Si misero subito al servizio del papato e dei suoi disegni egemonici, rinnovando la vita religiosa e avversando i dissidenti. 

Domenico di Guzmàn e i frati predicatori


Domenico di Guzmàn


Domenico di Guzmàn, nato a Caleruega e canonico di Osma, iniziò con altri ecclesiastici nel 1206 una missione tra i catari della Francia meridionale e la continuò, per una decina d'anni, adottando atteggiamenti poco comuni tra il clero del tempo: una severa vita di povertà, la spiegazione della Bibbia e delle verità di fede ai laici, assieme a confronti pubblici con i dualisti. Più rilevante divenne in seguito l'azione dei domenicani, il gruppo che si creò nel 1215 attorno a Domenico nel contrastare l'eresia catara. I domenicani seguivano gli stessi ideali d povertà e di predicazione e si dedicavano per questo ad approfonditi studi teologici. Nel 1216 il papa approvò la loro regola, chesi basava su quella agostiniana e da allora il nuovo ordine dei frati predicatori si diffuse rapido in tutta Europa. La maggior parte dei domenicani erano sacerdoti, e si dedicarono non solo allo studio ma anche all'insegnamento della teologia nelle università di Parigi e di Bologna fin dal 1218. Nel primo capitolo generale, che si tenne a Bologna nel 1220, l'ordine decise di non avere alcuun possedimento o entrate fisse e regolari, sull'esempio dei francescani. Domenico morì a Bologna il 6 agosto 1221 e fu canonizzato nel 1234.

Francesco d'Assisi e i fratelli minori


Francesco d'Assisi


Aveva avuto inizio un'altra importante esperienza religiosa, sebbene molto diversa: quella di Francesco d'Assisi. Figlio di un mercante, si era dato a una vita di penitenza e di povertà, di preghiera e mortificazione, spinto a un travagliato contatto con i lebbrosi avvenuto verso il 1205, fino a quando nel 1207 o 1208 non intuì da un brano del vangelo che la sua missione consisteva nel predicare l'amore di Dio e testimoniare la povertà evangelica, secondo le indicazioni date da Gesù Cristo agli apostoli. Francesco aveva una forte simpatia per i suoi simili. Il suo esempio fu contagioso e in breve si formò attorno a lui un gruppo di <<uomini penitenti>> o <<poveri minori>> o <<fratelli minori>>, che si diffuse in modo quasi irresistibile in tutt'Italia. Francesco non prese mai posizione contro il clero poco evangelico né conro la gerarchia ecclesiastica. La sua regola di vita fu approvata orlmente da Innocenzo III, dopo qualche esitazione, nel 1209; ci fu una prima regola scritta nel 1220-1221 appoggiata al cardinale Ugolino da Ostia (papa Gregorio IX), cui seguì una seconda e infine una terza regola, approvata solennemente nel 1223. Il gruppo di fratelli, da semplici cristiani, evangelicamente poveri e predicatori di penitenza, divennero un ordine, quello dei frati minori. Si ritirò dalla guida dell'ordine, la affidò nel 1220 a frate Pietro Cattani e soprattutto lasciò un testamento scritto, dettato nei mesi precedenti la morte, nel quale ribadì la scelta di povertà assoluta e di laicità per i fratelli e l'obbligo di non detenere privilegi ecclesiastici. Francesco morì nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226 alla Porziuncola e fu proclamato da Gregorio IX nel 1228. 

La trasformazione degli ideali francescani

Secondo l'intento di Francesco, il testamento avrebbe dovuto accompagnare sempre la regola ufficiale, ma il papa con la bolla Quo elongati  del 28 settembre 1230 lo dichiarò un testo privo di valore normativo. La polemica sulla povertà non solo individuale ma collettiva dei francescani fu forte, prolungata e violenta. I ministri generali dell'ordine cercarono delle soluzioni conciliari tra la parte rigorista, fedele al testamento di Francesco, e la parte che invece accettava i privilegi papali e iil diritto alla comunità di possedere beni, che costituiva grandi conventi e chiese, riceveva gli ordini sacri e studiava teologia. Fu fra Bonaventura da Bagnoregio (1257-1274), uno dei quattro dottori della scolastica, che aveva studiato e insegnato all'università di Parigi; a stabilire ufficialmente che era obbligatoria solo la regola approvata dal papa. Compose una vita di san Francesco, facendo dichiarare ddestituite di valore quelle precedenti, mentre il capitolo gneral del 1266 ordinò la ddistruzione di tutte le altre testimonianze scritte, di tono più radicale, sugli ideali del fondatore. Con la perdita dell'afflato originario di Francesco, l'ordine venne normalizzato, anche se un gruppo di francescani <<spirituali>> continuò a praticare i dettami più rgorosi, confianto ai marigini della cristianità, fino a che i suoi membri non vennero considerati eretici e perseguiti giudiziariamente. 
Dalla dozzina di fratelli del 1209 si passò a 3.000 o 5.000 frati tra il 1221 e il 1223, per quanto questi numeri sembrano  calchi neotestamentari, e quindi più simbolici che effettivi;  alla fine degli anni '30 i conventi in Italia erano forse mezzo migliaio, divisi in 16 province, più 16 province oltralpe; nel 1282 in Europa i conventi erano già 1.583 e contarono circa 20.000 frati, che all'inizio del trecento salirono a 30.000. I francescani abbastanza presto cominciarono a studiare e insegnare teologia nelle scuole dell'ordine e nelle università, come i domenicani.

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sabato 6 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. Le scelte dell'imperatore Federico II. La demonizzazione degli eretici

L'Inquisizione in Italia

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>

Papa e imperatore contro gli eretici



Le scelte dell'imperatore Federico II


Federico II di Svevia 


Tra Chiesa e autorità pubbliche correva una solidarietà di fondo nel governo delle popolazioni, perché il potere ecclestico aveva bisogno di un ordinamento pubblico stabile e  l'autorità temporale necessitava della legittimazione nella sfera del sacro. Nel secolo XIII ci fu un forte scontro tra papa e imperatore per la supremazia nella gestione del potere sulla cristianità, compresa la presecuzione dell'eresia. Federico II di Svevia non voleva sottostare al progetto di universalismo ierocratico papale e si propose come responsabile diretto del controllo dell'eresia in Sicilia e nell'impero, pretendendo di non essere un semplice esecutore delle disposizioni ecclesiastiche. In una costituzione del 1220 promulgò una serie di norme antiereticali ricavae dalle decretali pontificie, mantenedone il linguaggio e le finalità, ma attribuendo loro validità penale come leggi dell'impero. Dal 1227 al 1239, l'eresia divenne formalmente delitto di lesa maestà divina per la quaale era prevista la pena di morte, la cui esecuzione spettava in modo indiscusso alle autorità secolari. La lotta contro i dissidenti venne utilizzata dunque dai vertici ecclesiastici e imperiali nel gioco religioso-politico della supremazia per il conrollo della società, gioco che trascendeva le scelte religiose dei dissidenti e che risultava loro del tutto incomprensibile. 

La demonizzazione degli eretici

Tra i mezzi utiizzati per tutelare la scoetà cristiana dlla grave minaccia rappresentata dall'eresia, si deve considerare un'operaziione culturale che fissò uno stereotipo, che lega strettamente gli eretici al diavolo, prototipo del Male, tentatore di Adamo ed Eva, di Cristo stesso e di tutti gli uomini. Il diavolo ha a che fare con il sinngolo, ch deve meritarsi la salvezza eterna facendo prevalere le virtù sui vizi. Nel periodo in cui vennero messi a punto gli strumenti giuridici per contrstare i catari, gli eretici vennero demonizzati, cioè trasformati in strumenti di Satana e in suoi adepti. Si attribuì loro ogni genere di depravazione e di pratica sessuale perversa, come in un racconto riguardante i catari veronesi: 

Spento il lume, ciascuno di loro si lanciò sulla donna a lui più vicina, non rispettando la distinzione tra quante avevano un legame legittimo e quante non lo avevano, tra la vedova e la vergine, tra la signora e l'ancella e tra sorella e figlia.

Il libro di Cesario di Heisterbach, da cui è tratta questa citazione, è unt esto che permette di afferrare in modo chiaro  il processo di demonizzazione dei dissidenti che nei primi decenni del Duecento è ormai pienamente compiuto. Il Dialogus miraculorum intende insegnare ai novizi cistercensi come capire i veri miracoli che accadono ogni giorno e nella quinta sezione, De daemonibus, divisa in 56 capitoletti, spiega il peso e l'opera malvagia del diavolo e dei demoni nei confronti degli uomini, usando la tecnica espositiva dell'exemplum, un breve racconto istruttivo. Gli exempla che riguardano i rapporti tra demoni ed eretici sono marginali per le argomentazioni e per le immagini normalmente accettate. 
In uno di questi racconti i vescovo di besançon, non riuscendo ad aver ragione dei successi di due predicatorri inglesi, capaci anche di camminare sulle acque e di non rimanere ustionati dalle fiamme, convocò un chieirico che era stato un esperto negromanete per scoprirne i segreti. Il negromante evocò il diavolo e gli chiese: 

<<Ti pregodi dirmi chi sono questi uomini, quale sia la loro dottrina e per quale virtù compiano cose tanto straordinarie>>. Il Diavolo rispose: <<Sono miei e da me mandati, e predicano ciò che ho messo loro in bocca>>. Il chierico domandò: <<Che cos'è che impedisce che essi siano annegati nelle acque e bruciati dal fuoco?>>. Di nuovo il demonio rispose: <<Essi conservano cuciti sotto le ascelle tra la pelle e la carne i miei scritti autografi, nei quali è registrato l'omaggio da loro fattomi: per beneficio dei quali essi operano tali cose e non possono essere lesi da alcuno>>.
I due eretici vennero catturati e privati degli scritti demoniaci, poi furono sfidati a entrare nelle fiamme, ma di fronte alla loro incertezza la gente, la forzò a entrare nel fuoco, anticipazione delle fiamme dell'inferno e,in generale, tutte le eresie sono frutto del <<furore e della malizia del Diavolo>>. L'equazione eretici=demoni motiva ampiamente l'intolleranza e la paura degli uomini di Chiesa verso i dissidenti e le immagini spaventose e terrificanti che essi seminarono tra i fedeli sul nemico da combattere. L'enormità del pericolo rappresentato dagli eretici-demoni non lasciava ai contemporanei alcuna possibilità di comprendere queste esperienze religiose diverse, nnei cui confronti si imponeva allora la soppressione. 
Gli stratagemmi che i demoni usano contro gli uomini, e la grande potenza che essi esercitano sugli esseri umani sono illustrati anche da altri libri, in particolare il Liber revelationum de insidiis et versutiis daenomum aversus homines, scritto da Richalm, abate di Schönthal, verso il 1270. Grado Giovanni Merlo: <<per gli uomini di un'istituzione ecclesiastica assestata in modo rigido nelle sue certezze (dogmatiche, canonistiche, intellettuali), impegnata in un ummane sforzo di controllo integrale della convivenza umana e disponibile ad aggiustamenti funzionali ma non a radicali ripensamenti e trasformazioni, gli eretici demonizzati erano nemici non superflui, persino utili>>, perché alla fine confermarono l'autorità e la supremazia ecclesiastica.

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venerdì 5 ottobre 2018

L'Inquisizione in Italia. La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e grande devozione. Papa e imperatore contro gli eretici. Le scelte di Innocenzo III. Disposizioni di papi, concili, sinodi. La procedur inquisitoria e la formazione del Corpus iuris canonici

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

La violenta repressione iniziale dei catari tra crociata e <<grande devozione>>

Papa e imperatore contro gli eretici



Le scelte di Innocenzo III


Innocenzo III


Un piano ulteriore e decisivo nella criminalizzazione del dissenso venne compiuto da Innocenzo III, che cercava di accrescere la grandezza della Chiesa nella società cristiana e trovò uno strumento fortissimo per legittimare il suo potere assoluto sulla cristianità proprio con la difesa dell'ortodossia intesa sul piano giuridico prima che dogmatico. La salvaguardia dell'ordinamento ecclesiastico costituiva la salvaguardia dell'ordinamento civile e viceversa. Tutti i mezzi diventarono leciti per uno scopo così alto, un bene così assoluto, la difesa cioè delle verità divine che riguardavano la salvezza dell'uomo. Con la decretale Vergentis in senium del 1199, oltre a riprendere le indicazioni della decretale Ad abolendam, il papa stabilì che i beni degli eretici dovessero essere confiscati e non più resituiti agli eredi, anche se fedeli all'ortodossia, ed equiparò l'eresia al delitto di lesa maestà previsto dalle leggi romane a difesa dell'impero. Innocenzo III organizzò in un sistema coerente tutte le iniziative antiereticali prese in  precedenza: le esperienze religiose non controllate dal clero e le nuove interpretazioni dottrinali divennero così crimini contro la cristianità, con tutte le implicazioni giuridiche conseguenti, compresa la condanna capitale. Dalla storia tardo-medievale e moderna, fino ai nostri giorni, il termine eresia implica ormai un'idea di crimini e quindi di grave pericolo per tutta la società.
Il papa riuscì a reinserire all'interno della ortodossia una piccola parte di queste forze vive e innovatrici, che secondo la sua concezione ierocratica, cenralistica e giuridica della Chiesa erano uscite dalla comunione ecclesiastica. Con specifiche decisioni, i poveri riconciliati, gli umiliati furono trasformati in formazioni ecclesiastiche regolari e sottoposti così a un controllo gerarchico diretto. 

Disposizioni di papi, concili, sinodi

Le due decretali papali appena menzionate furono seguite da altre, come la decretale  Cum ex officii nostri del 1207, e vennero riprese nel canone 3 del concilio Lateranense IV nel 1215 e in seguito i sinodi diocesani e concili provinciali, soprattutto in Francia. Durante la crociata albigese il ricorso alla violenza divenne sistematico le gerarchie ecclesiastiche precepirono una situazione fuori controllo perché le pene spirituali, in particolare la scomunica, non ottenevano gli effetti desideerati tanto che i dissidenti non accennavano a diminuire. Il concilio Lateranense IV, aveva come obiettivi la corciata contro i musulmani, la lotta contro gli eretici e la riforma della Chiesa. Il bando degli ertici, la confisca dei loro beni, l'esclusione della vita civile e la condanna capitale furono affermati con solennità e diventarono strumenti più efficaci in quanto tutti i credenti furono obbligsti a confessare i propri peccati al proprio parroco o sacerdote curato ogni anno, introducendo così un principio stabile e conti uo di controllo delle coscienze di laici da parte del clero. Queste norme conciliari fuurono tuttavia attuate solo lentamente. 

La procedura inquisitoria e la formazione del Corpus iuris canonici

Le norme antiereticali ebbero applicazioni saltuarie da parte dei vescovi non solo in Francia, ma anche in altre regioni europee attraverso la pratica del processo inquisitorio. La procedura inquisitoria pervedeva un'azione d'ufficio da parte del giudice e la sua responsabilità nel cercare le prove attraverso gli interrogatori. Questi acquistarono validità pubblica perché non restavano più solamente orali, come nell'altra procedura, ma venivano messi per iscritto. 
Le due forme procedurali non sono solo tecnicamente diverse, ma rispondono a ordinamenti e fini giuridici profondamente distinti: il processo accusatorio viene usato all'interno di un sistema paritario e di tribunali e il giudice si propone di mediare tra gli interessi contrastanti delle parti, mentre il processo inquisitorio implica un sistema gerarchico di tribunali , controllato dall'alto, attraverso il quale le autorità giudiziarie e politiche si propongono di applicare le scelte generali di governo ai loro sudditi, imponendo così la loro egemonia. 
La linea generale adottata dai pai nei confronti del dissenso religioso è: ad abolendam...ad purgstionem... ad extirpanda...  ad exterminandum...La parola <<strminio>>, che per la nostra sensibilità è carica di riferimenti impliciti alle efferate stragi del Novecento, va valutata con un metro più attento alla sensibilità dell'epoca. Il dissenso era un eresia, era opera del demonio, e quindi doveva essere contrastato in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili. L'azione violenta rispondeva alle esigenze di governo della società e alle paure  di tutta la cristianità: fu applicata in forme legali dai giudici della fede, chiesta dalle autorità ecclesiastiche al <<braccio secolare>> e utilizzata per la prima volta su ampia scala durante la crociata contro i catari in Francia meridionale. Le decisioni papali riguardaanti la lotta all'eresia contribuirono, che furono stabilite alla fine del XII e durante i tre secoli seguenti. Dopo il Decretum Gratiani, una compilazione privata che assunse importanza generale, ci furono infatti le raccolte ufficiali di bolle e costituzioni pontificie che completarono il Corpus iuris canonici: il Liber decretalium extra decretum vagantium (o Compilatio nova o Liber extra) di Gregorio IX (1227-1241), realizzato dal domenicano di Raimondo di Peñafort e poi il Liber sextus decretalium di Bonifacio VIII (1294-1303), le Clementinae di Clemente V (1305-1314), continuate nelle collezioni private delle Extravagantes di Giovanni XXII (1316-1325) e delle Extravagantes communes (fino al 1484).

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