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mercoledì 19 aprile 2017

Rinascimento. Presentazione

IL RINASCIMENTO

Presentazione


Cappella Sistina. Roma


Le strategie narrative che sono state utilizzate nei secoli - fin dalla metà del Quattrocento, con Ghiberti e con Leon Battista Alberti e i suoi trattati sull'architettura, la pittura, la scultura; e ancora nella seconda metà del Cinquecento con giorgio Vasari e le sue vite; con Dante, Petrarca e Boccaccio agli inizi del Trecento - prpongono una visione incentrata su un territorio denso di memorie, la penisola italiana, e su un altro che ne è potenzialmente carico, l'occidente romanizzato, l'Occidente dell'Impero. Perché quindi l'idea di <<rinascita>>, che comporta cneh quella di un periodo intermedio in cui la qualità e l'equilibrio di un'età passata sono andati perduti. 
Proprio quando in Occidente la <<rinascita>> tocca uno dei suoi momenti più alti nel XV secolo, nell'altra metà dell'antico Impero, quando il territorio e la città fondata da Costantino cadono nelle mani degli Ottomani, l'idea di un <<medioevo>>, e dunque di una nuova cultura che sostituisce la precedente, viene a identificarsi proprio con la grandiosa civiltàù di Bisanzio, che nel mito delle sue rinascite - quella giustinianea del VI secolo, quella macedona fra il IX e l'XI, e ancora quella comnena - aveva cpstruito la struttura del suo stesso sistema  di gestione del mondo a oriente. 
L'Occidente e l'idea di rinascita, sono uno strumento interpretativo del passato non semplicemente all'epoca di Petrarca o Boccaccio, o anche di Dante, nel Quattrocento o nel Cinquecento, uno schema narrativo utilizzato soprattutto a livello di storiografia politica, e che da qui passa alla storia della cultura in generale. Si parla di rinascita del IX secolo, nell'ambito della civiltà carolingia, si parla di rinascita legata alla civiltà imperiale, nell' XI secolo avanzato e all'inizio del XII; si parla ancora di rinascita, connessa alla nozione di impero, fino al tempo di Federico II, e dunque alla metà del XIII secolo. Gli storicie dell'arte le hanno chiamate <<rinascenze>>; hanno distinto le più antiche, considerate elitarie, dall'ultima intesa come allargata a ceti più vasti. Si tratta, di convenzioni, perché proprio nella teoria dell'arte cui ho fatto riferimento considera il rapporto col passato e l'innovazione che muove consapevolmente dai modelli dell'antichità romana come elementi caratterizzanti di ogni rinascita comunque rivolta a un sistema sempre più allargato di intellettuali. Dante ha piena consapevolezza dell'arte egualmente legata all'antico - ma quello di Bisanzio, di Cimabue e dell'innovazione di Giotto. I contemporanei leggono Giotto come rivoluzionario, unifica la lingua pittorica italiana operando nella Penisola da nord a sud e suggerendo un rapporto con l'antichità, con il mondo romano, che va persino a riprendere la tecnica del marmorino, della polvere di marmo mescolata al legante, e la colora per rappresentare a Padova, agli Scrovegni, le pareti in pietra degli edifici che evocano Roma. Coscienza della distanza dal Medioevo e presenza dell'idea di una rivoluzione nella proassi degli umanisti, a cominciare dal Petrarca, consapevolezza teorica della distanza del tempo medievale. Ricerca della parentela con l'antico da parte di coloro, come Ghiberti, che teorizzano la rinascita dopo ottocento anni di tempi oscuri. Si guardi a quella che poteva essere la prospettiva del racconto a Costantinopoli, conquistata dall'islam nel 1453, e si rifletta sull'altra idea che caratterizza il mondo della civiltà di Bisanzio nei territori dell'antica Russia proprio in questo periodo: in quelle terre non si percepisce alcuna frattura, si avverte una profonda continuità con la civiltà di Bisanzio, o di quello che ne rimane alla periferia dell'antico Impero. 


Firenze 

Lo schema <<Rinascimento contrapposto a Medioevo>> funziona nel XIV e nel XV secolo. Chiunque avesse visitato una qualsiasi città del Settentrione, avrebbe visitato un sistema urbano per molti versi coincidente: un enorme cattedrale dominare, dentro le mura della città, lo spazio urbano, le case, i canali, gli opifici, le strade,le piazze dense di insediamenti e di servizi fortemente caratterizzati, dai mercati alle fontane ai lavatoi. Siamo dunque sempre di fronte a un forte arricchimento, ma anche alla continuità, rispetto al sistema urbano medievale. Mercati e fiere, luoghi di incontro e di scambi, sistemi di gestione e di amministrazione, non presentano alcun genere di frattura rispetto ai periodi immediatamente precedenti della creaziome delle grandi cattedrali e delle strutture amministrative urbane del Duecento. Anche nella grandiosa esperienza architettonica del mondo gotico esistono, momenti di citazione, di ripresa dell'antico, e alcuni grandi maestri; la ripresa dalle sculture antiche è evidente, nella cattedrale di Reims, come lo è a Noumburg oppure a Freberg o anche a Chartres nei grandiosi portali dei transetti. Ma questo classicismo attorno al 1200 significa globale riorganizzazione del sapere, delle architetture, dell'insegnamento,  del rapporo tra filosofia scolastica e strutture architettate, nuove esperienze di religiosità e invenzione di immagini, riscoperta di Aristotele e einvenzione naturalistica delle forme dopo secoli di platonismo idealizzate. Così la chiave che accomuna la cività europea è costituita dalla chanson de geste e dai romazi cavallereschi, e la vita di corte si organizza proprio attorno alla chevalerie e alla poesia cortese d'amore. La grande lingua che unifica l'Occidente, che unifica l'Europa cristiana, è quella gotica: è la lingua che origina dai primi anni del XII secolo fra Saint - Denis e Chartre e poi si collega alla prima fase di Notre Dame a Pargi; è la lingua inventata dalla Corona di Francia e da Suger per unificare l'immagine stessa dell'Impero e per proporre, attraverso la nuova architettura per punti le vetrate come fonti anche simboliche di luce, l'immagine stessa della Grazia divina, la luce di Dio che penetra il mondo, simboleggiato appunto nella chiesa e nelle sue rinnovate strutture. 


San Zeno. Verona

Tutto questo ci porta ad affermare che la rinascita intesa come sistema unitario in Occidente non esiste, è il mondo gotico che unifica l'Europa, quantomeno fino ai primi decenni, e in certi casi fino alla fine, del XVI secolo. Rinascimento è un modo di raccontare il rapporto con il passato. Per Rinascimento si intendono esperienze differenti: solo in un secondo momento, quando prevarranno i modelli culturali dell'area toscoromana e in genere delle coerti italiane, esso verrà identificato in contrapposizione al non - rinascimento, al mondo gotico, appunto. Per decenni nel corso del XV secolo, questa consapevolezza resta di pochi e viene fortemente combattuta dagli artisti e dai loro committenti nelle diverse coerti d'Europa. 
Rinascimento è un racconto che comincia in età differenti nei diversi territori dell'Occidente cristiano; anche prendendo in considerazione il Rinascimento nelle coerti italiane, è evidente che esistono in esse tempi diversi di quelle rinascite; dunque nell'insieme le corti italiane e le loro culture appaiono distanti, anche se non del tutto staccate, dalle esperienze degli Stati o dalle città autonome europee. Eliminata la tesi di un Rinascimento unitario e contemporaneo, si è distino un Rinascimento settentrionale da uno meridionale, quello appunto italiano. 
Se analizziamo la concezione prospettica di Brunelleschi e quindi di Masaccio e dei suoi allievi, Filippo Lippi e il Beato Angelico, scopriamo che la loro idea di spazio è quella neoplatonica di uno spazio omogeneo, letto con una sola prospettiva mentre l'invenzione spaziale dei fiamminghi muove da una concezione diversa, aristotelica, con lo spazo viso in diverse prospettive e analizzato in modo minuto attraverso la descrizione di ogni particolare. 


Drposizione. Raffaello

Come stabilire i limiti del Rinascimento una volta convenuto che la lingua gotica domina le coerti d'Europa, da quella di Digione in Borgogna a quella di Parigi; dalla Germania alle Fiandre? L'ulteriore spiegazione del complesso fenomeno vede la riascita situarsi in singoli luoghi: una rinascita legata ad alcune capitali, una rinascita meridionale, in Italia, spesso isolata rispetto al contesto europeo, che vede il prevalere della civiltà dei fiamminghi la cui cultura, attraverso la Spagna e l'Italia da Napoli alla Sicilia, si diffonde largamente sulle rive del Mediterraneo occidentale. Il testo di Peter Burke, dopo Eugenio Garin, ne legge le componenti umanistiche in modo acuto: edizione e commento dei testi classici, ma anche riscoperta di quelli trecenteschi, da Petrarca a Boccaccio; composizioni letterarie modellate sull'antico dalla poesia alla storiografia; edizione e traduzione dei testi greci mediati dalla cultura araba. Tutto questo costituisce un capitolo rilevante della cultura umanistica, in particolare di quella quattrocentesca, e la programmazione da parte dei Medici, a Firenze e poi, come pontefici, a Roma, di una rinascita della cultura appare determinante per l'identificazione fra rinascita e l'immagine del papato. Fin dalla metà del Quattrocento, al tempo di papa Niccolò V e degli affreschi della Cappella Nicolina in Vaticano, e ancora del dialogo fra quel papa e Leon Battista Alberti incaricato di organizzare la pianta dell'antica Roma e di restaurarne gli edifici antichi, compresi quelli paleocristiani, si è stabilizzata l'idea che rapporto con il passato, siano anche e soprattutto imitazione e dunque, secondo uno dei canoni della retorica ciceroniana, anche rinnovata creazione. 
La dimensione del rinascimento nelle corti italiane, da Firenze a Ferrara, da Urbino a Rimini, da Milano a Roma a Venezia, è compressa cogliendo il rapportofra le nuove e le aniche architetture; Alberti ricorda che l'inseriiment del nuovo edificio nel contesto della città deve rispettare l'andamento delle strde medievali, che sono ricurve per spezzare il vento, e questo andamento, viario è utile anche per far scoprire progressivamente gli elementi delle nuove strutture. Alberti dunque ridisegna la Mantova dei Gonzaga utilizzando un collabooratore, Luca Fancelli; prima nella Ferrara degli Estensi, quindi nella Rimini dei Malatesta; opera con edifici di enorme significato nella Firenze di Cosimo dè Medici. La strada si lega al palazzo, oppure alla chiesa, e la dimensione delle nuove architetture anche nelle altezze è rivoluzionaria: esse svettano sempre sulla città medievale. 
Per capire come sia cambiata la concezione dello spazio della città, prima con Brunelleschi e quindi con Alberti, dobbiamo analizzare le tarsie, di scuola fiorentina oppure settentrionale; è quì che si legge questa idea di nuovo ordine degli spazi, di gerarchia delle forme, che caratterizza ormai la cultura dell'avanzato XV secolo. Rapporti proporzionali, riduzione dello spazio della città a geometrie, uso della sezione aurea: ecco alcuni dei motivi che passano dalla prigettazione architettonica alle tarsie di Giuliano da Majano e di Lenindara e alla pittura di Piero della Francesca e dei suoi seguaci. 


Giorgio Vasari

Questo Rinascimento medievale, non è solo riforma della città, riorganizzazione della città gotica in una nuova struttura dominata dal palazzo pubblico e dalla chiesa o dalle chiese, ma è anche presenza di immagini simboliche. Donatello e lo stesso Alberti teorizzano l'importanza dei monumenti, come testimonia ancora oggi la statua equestre del Gattamelata a Padova, dove Donatello opera per un decennio (1443 - 53) realizzando nella bssilica del Santo l'altare maggiore, con la sua architettura fortemente albertiana del fastigio di pietre sotto il quale si muovono, come su una scena teatrale, i diversi personaggi, le bronzee sculture che tanto insegneranno al Mantegna dell'altare di San Zeno a Verona. Rivoluzione del ritratto, desunto da modelli, realistici di età repubblicana e fatto riemergere nelle immagine auliche dei signori. Pisanello, costruisce ritratti dei committenti nelle sue medaglie, ma insieme dipinge nella migliore tradizione internazionale, come del resto Masolino, che pure, nella cappella Brancacci a Firenze, aveva dipinto a fianco di Masaccio, sullo stesso ponteggio, dividendosi col compagno le pareti della sala. 
Lo schema di lettura, quello che propone un'indagine sul nostro Rinascimento attraverso un sistema di poli, è certo produttivo, a patto però di seguire la fitta tramitazione di artefici, architetti, scultori, pittori, simile a quella degli intellettuali che si spostano da una corte all'altra, oppure si scambiano codici con preziose trascrizioni di manoscritti antichi che man mano si diffondono e pesano nella cultura occidentale. 
Anche la scrittura è prova di una complessa volontà di riorganizzare, ma anche di semplificare, la tradizione gotica precedente. Nella stampa il disegno dei caratteri riformati, in Italia riprenderà lo schema della minuscola carolina integrato, per o tituli, con le capitali romane. 
Un altro elemento significativo è il diverso utilizzo degli strumenti della memorizzazione e dal diverso funzionamento dell'officina degli artefici. Nella tradizione medievale la bottega prendeva in genere in crico un intero edificio e lo realizzava completamente; dopo avere proposto al committente un modello; dell'officina facevano parte l'architetto e gli scultori, i pittori, gli orefici e tutti gli altri tecnici della pietra, del legno, dei metalli. Nell'età rinascimentale la distinzione tra le diverse Artes, rispecchia la specializzazione crescente che caratterizza la nuova cultura. I commentatori dei testi e gli storici, i narratori delle vite degli uomini illustri, che vengoono anche dipinti dagli artisti e miniati nei codici, i naratori di storie locali, coloro che scrivono libri per l'educazione del principe, sono il più delle volte persone diverse, e tuttavia i vari temi e le varie scritture finiscono per identificare funzioni distinte che si collocano nel sistema di corte o in quello della committenza pubblica cittadina. Nell'ambito delle arti figurative, la progettazione architettonica diventa sempre più rilevante; la pittura, la tarsia, la scultura, tutto il sistema di quelle che Vasari chiamerà poi <<le arti del disegno>>, sono legate una progettazione che sempre piùdiventa importante e che prevede esecutori settoriali e, eventualmente, un autore, un singolo artista che proponga un disegno enro cui è racchiusa l'<<idea>> platonica che altri potrà eseguire. L'officina medievale si trasforma, si differenzia e si specializza, mentre la città cambia completamente volto. 
Nell'età rinascimentale, si modifcano profondamente quelle esistenti se ne ridisegnano le prospettive, i punti di vista, i luoghi funzionali. In questo la città rinascimentale italiana è un'invenzione, importante almeno come l'edizione di testi romani antichi, o come l'evocazione delle iconografie degli imperatori sulle medaglie o delle loro immagini a cavallo nei monumenti bronzei o in quelli di marmo. L'idea di una città da ridisegnare attraverso la costruzione di acquedotti e lavtoi e quindi di fontane pubbliche di una città in cui le piazze divengano luoghi della riunione davanti ai palazzi ricostruiti, di una città dove la dimensione dei percorsi deve essere ripensata in un'ottica di visione unitaria, quindi secondo una prospettiva che conveniamo oggi chiamare unicentrica, fa delle città rinscimentali italiane, o almeno di alcune loro parti, dei veri e propri spazi misurati, proporzionati, su scala umana, dove i rapporti sono immediatamente leggibili.
A Venezia Durer viene due volte e la sua arte si modifica in un rapporto con Mantegna e la sua scuola, più ancora anche con Giovanni Bellini; e Leonardo va a Venezia e introduce un modello di ricerca neoplatonica che modificherà l'esperienza di Giorgione e del giovane Tiziano; e nel 1506 si scopre a Roma il Laoconte, e Raffaello nella sua Deposizione (1507) e poi Michelngelo nella volta della Sistina (1508 - 12) cambieranno, sulla base di quel modello tardo - ellenistico, il modo di rappresentare la retorica delle posizioni: arte allora diventerà messa in scena, come appunto nella Deposizione, oppure sospesa enunciazione di rapporti plastici e simbolici, come nella volta della Sistina. Stava per emergere con sempre maggior peso l'arte di corte del papato di Roma, che porterà la rivoluzione nelle corti di Francia e dell'Impero, e anche in quelle germaniche, prima della dissoluzione determinata dalla crescita di chiese nazionali e sctenata dalle enormi spese per la costruzione della nuova basilica di San Pietro. Dissoluzione dell'unità del mondo cattolico che vuol dire rifiuto di un'arte imperiale cristiana: rifiuto costruito certamente da Martin Lutero ma anche da Erasmo; rifiuto di un sistema di racconto e di immaginiche aveva cancellato ormai, nelle corti la tradizione della chevalerie e che, in Italia era diventata raffigurazione di una Chiesa rivestita dal potere di conferire la corona imperiale. 
Il sacco di Roma (1527) determina na crisi totale di questo sistema di dominio costruito dai papi della penisola italiana; gli artisti che operavano a corte vanno ovunque, e mentre Giulio Romano, a capo della bottega di Raffaello, era già nel 1526 a Mantova a Palazzo Te, altri come Parmigianino, vanno a Parma, Rosso e Primaticcio a Fointembleu, altri ancora a Napoli e altrove. L'Europa dei grandi regni nazionali (Francia, Inghilterra), e ancora dell'Impero, si viene a confrontare con una penisola italiana i cui stati hanno una dimensione diversa, destinati rapidamente a soccombere, anche economicamente, allo strapotere degli altri sistemi. La fusione di modelli determinata, dopo il sacco di Roma, dalla diaspora degli artisti, contribuisce certamente a cercare altri riconoscimenti di corte nelle diverse capitali dell'Occidente, ma si tratterà sempre di rinascimenti elitari, senza quella riforma, anche a livello urbano, che aveva caratterizzato il felicissimo XV secolo delle corti italiane, dai Montefeltro agli Este, dai Medici ai Malatesta, dagli Sforzi alla Repubblica di Venezia, che era poi un'oligarchia illuminata. 

"Nel corso della storia dell'umanità ci sono stati tanti rinascimenti, penso che nella nostra epoca sia in atto un rinascimento molto importante, globale".

Madame Vrath


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martedì 31 gennaio 2017

La produzione industriale, la produzione tessile.



La produzione industriale

Per quanto riguarda il settore della produzione <<industriale>>, l'area d'interesse più importante è quella tessile: è qui che, nel corso del se. XIV, i grandi, vecchi centri manifestano cadute e tracolli.

La produzione tessile

Nella zona che oggi possiamo identificare a grandi linee con il Belgio s'era venuta costituendo, durante il sec. XIII una rete fittissima di centri, dediti alla fabbricazione di panni di lana.
La reputazione dei tessuti di Ypres, di Douai, d'Arras, e di cento altri centri, si diffonde in tutto l'Occidente europeo. Situazione solida, affermata. Eppure, dai primi del sec. XIV è possibile trovare i primi segni di cedimento di questa produzione urbana. Ancora nei secc. XIV – XV si trova un po' dappertutto menzione dei <<classici>> panni fiamminghi, ma nell'insieme, la decadenza appare manifesta. La produzione fiorentina raggiunge le 100,000 pezze ai primi del Trecento; passa a 70,000 – 80,000 verso il 1336 – 1338, a 30,000 nel 1373 e a 19,000 nel 1383. A Brescia, l'industria della lana raggiunge il suo apice a mezzo Trecento; lo stesso può dirsi per Pisa, Venezia, Verona. Provins, la cui produzione era strettamente legata alle fortune delle fiere di Champagne, è lì per dimostrarlo insieme ad altri esempi. Nell'Artois, ad Arras e a Saint – Omer si scorgono netti segni della contrazione. 
Il caso inglese. Da poche migliaia di pezze esportate a mezzo sec. XIV, si passa a ca. 40,000 pezze durante l'ultima decade dello steso secolo; un ristagno su quest'ultimo livello durerà fin verso il 1470, e di lì ricomincerà un'ascensione continua, che porterà le esportazioni a ca. 140,000 pezze nel 1546 -1547.
Precedentemente si è parlato di tracollo delle attività tessili dei centri <<urbani>>. Gli esempi di successo, che ora potremmo presentare, sono invece di tipo essenzialmente <<rurale>>. Sui mercati di Kaliningrad e di Cracovia, tra la fine del XIV e gli inizi del XV si trovano moltissimi tessuti provenienti dalle Fiandre e dal Brabante; ma l'origine di questi panni è di piccoli villaggi a carattere essenzialmente rurale, che ora, profittando delle difficoltà dei grandi centri, si sono lanciati in quest'attività. Con successo può dirsi, se troviamo i loro prodotti, oltre che a Kaliningrad e Cracovia, in Castiglia e in Catalogna. In Francia – nella zona di Rouen, per esempio o di Coen o nel Languedoc -, come in Italia o in Spagna o in Germania, le testimonianze relative non mancano. L'Europa, sembra, gettarsi a pieno nella produzione di questo tipo di tessuti: nell' Hainaut, nella regione di Nivelles e nella zona di Cambrai e Valenciennes. Sono essenzialmente dei villaggi rurali che s'occupano di produrre tessuti di lino; solo in seguito, nel sec. XVI, anche le città si daranno a questa branca di fabbricazione ( in specie Bruxelles e Malines). Nella Germania meridionale e in Svizzera: Augusta, Ulma, Costanza, San Gallo – che fanno (soprattutto nel sec. XV) di Venezia il loro principale centro d'approvvigionamento di materia prima – s'affermano su scala internazionale nella fabbricazione e nello smercio dei tessuti di cotone.
La produzione di fustagni in Italia ha vecchie tradizioni, dal sec. XIII li ritroviamo in Egitto, nella Fancia meridionale, a Costantinopoli; nel sec. XIII, la loro presenza è attestata in Europa centrale e in Inghilterra. Questa supremazia italiana è facilmente spiegabile: il cotone è prodotto in Sicilia, in Calabria, e, inoltre, le piazze italiane (in particolare Venezia) possono procurarselo facilmente sui mercati egiziani, mediorentali e nordafricani. L'attività produttiva italiana si dispiegherà durante tutto il sec. XV, alla fine di questo le conseguenze della concorrenza della produzione della Germania meridionale cominceranno a farsi avvertire sui mercati italiani. 
Questi casi di riuscita pongono un grave problema: in qual modo spiegare come, è possibile l'affermarsi di taluni settori particolari. Vien fatto di rispondere: proprio perché le vecchie strutture sono cigolanti, proprio perché degl'imprenditori di <<stile>> vecchio non sanno adattarsi alle situazioni nuove, è possibile l'affermarsi, in seguito, di gruppi che sanno orientare la produzione verso bisogni nuovi. 
La produzione classica dei vecchi centri urbani era, in massima parte, destinata al consumo d'una clientela scelta, aristocratica. Certo i sovrani, la grande aristocrazia, che conserveranno le loro fortune, continueranno a essere consumatori di quei beni d'altissima qualità. Filippo il Bello che, in guerra contro i Fiamminghi, continua a importare, per il suo uso personale e quello della sua corte, i panni da loro prodotti, non sostituibili – sul piano della qualità – dalla produzione francese. Ma, nell'insieme, la domanda dei prodotti d'alto valore unitario si riduce progressivamente nel corso del sec. XIV, quel contrarsi di valori delle affittanze agrarie, di cui abbiamo parlato precedentemente si traduce, per i proprietari di terre, in una riduzione di acquisti di prodotti di lusso. Tutto il sistema corporativo era fondato sul criterio della qualità: da quella della materia prima ai coloranti, alla lavorazione, alla rifinitura, il lavoro, i controlli, la sorveglianza. Sarebbe stata necessaria una straordinaria rivoluzione mentale, per spingere i produttori cittadini, a cambiare, ad adattarsi. L'unica cosa che seppero fare, fu organizzare squadre punitive – composte da operai urbani – che giravano per le campagne per frantumare gli attrezzi tessili dei contadini: è quanto fecero, gli artigiani di Gand contro i loro colleghi concorrenti del contado. 
Nelle campagne, si trattava d'iniziare ex novo un'attività. Nelle campagne, i contadini avevano preparato i tessuti per il loro proprio consumo; da due scoli e più i contadini partecipavano all'industria tessile contadina filando la lana e tessendola. Ma s'era pur sempre trattato d'una fabbricazione estremamente grossolana o solo d'una parte del ciclo completo di produzione.  Ora la loro attività si porta su d'un ciclo di produzione completo, e su tessuti di più alta qualità.
Nulla è più rivelatore dell'esempio della Svevia, Boemia, Renania e Franconia, in cui la produzione di media qualità, a base essenzialmente rurale, s'ispirava al pannum pulchurum, di qualità alta. Ben più grande, è la novità su d'un altro piano. Nel passato, allorquando i contadini partecipavano alla fabbricazione urbana limitatamente alle prime fasi della produzione, era consegnata loro dal mercante imprenditore cittadino il quale, assolveva una funzione, più che <<industriale>>, <<commerciale>>. Ora il contadino – artigiano, acquista direttamente, la materia prima, la trasforma e la rivende al mercante. Tale manifattura di panni di media qualità, manifesta assai bene la rottura dell'ordine corporativo; l'affermarsi di possibilità nuove per taluni contadini, indubbiamente pochi rispetto alla massa di accedere in modo diretto non solo al mondo della produzione, ma anche a quello della distribuzione. La <<crisi>> appare ben illuminata nei suoi aspetti negativi, ma, anche, in quel ch'essa ha di positivo. Che il vecchio sistema dell'industria tessile urbana fosse in crisi, non vi è dubbio, ma, proprio approfittando della riduzione di potere delle corporazioni taluni imprenditori urbani instaurano un procedimento nuovo. L'operatore <<industriale>> del Duecento e Trecento era stato, essenzialmente un mercante:  dopo aver investito il denaro in materie prime, egli le passava a provetti artigiani che, le trasformavano in prodotto finito. L'intervento del mercante – imprenditore in queste fasi di trasformazione era pressoché nullo: egli non faceva che portare la lana dalla casa d'un artigiano che compiva le prime operazioni a quella d'un altro che compiva le successive. Ora il mercante – imprenditore comincia a riunire nella propria casa quegli stessi artigiani che compiono sotto un solo tetto, tutte le operazioni.

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lunedì 19 dicembre 2016

Feste e giochi nel Medioevo. Lo statutory dei fornai. Part. 2

I fornai devono quindi astenersi dal cuocere il pane per circa ottanta giorni all'anno. Questo vale innanzitutto per tutte me domeniche dell'anno; i sabati e le vigilie delle geste qui di seguito indicate, bisogna smettere di infornare il pane alle cinque della sera, almeno d'inverno. La festa dell'Ascensione e degli Apostoli, il lunedi dell' Angelo, la Pentecoste e I due giorni dopo Natale non sono lavortivi, come pure le seguenti feste.
Gennaio: Santa Genoveffa e l'Epifania (3 e 6).
Febbraio: Purificazione della santa Vergine (2).
Marzo: Annunciazione (25).
Maggio: San Giacomo minore e San Filippo, Invenzione della Santa Croce (1e 3).
Giugno: Nativita' di San Giovanni Batista (24).
Luglio: Santa Maria Maddalena; San Giacomo Maggiore e San Cristoforo (22 e 25).
Agosto: San Pietro in vincoli (1); San Lorenzo (10); l'Assunzione (15); San Bartolomeo (24).
Settembre: La nativita' della Santa Vergine; l'esaltazione della Santa Croce (8 e 14).
Ottobre: San Dionigi (9).
Novembre: Ognissanti e i Defunti (1 e 2); San Martino (11).
Dicembre: San Nicola; Natale (6 e 25).

Infine, uno statuto dei trafilatori di ottone nel Livres des Metiers stabilisce che i sottoposti hanno diritto a un mese di congedo in agosto, certamente per consentir loro di lavorare nei campi.
Le lamentele per l'inosservanza di giorni festivitivi, sono frequenti, come pure le sanzioni inflitte agli artigiani sorpresi a lavorare in quei giorni.
In totale, i giorni lavorativi in un mese sono in media circa una ventina, cioe' quattro o cinque giorni la settimana.
Per i contadini la regolamentazione del lavoro e' meno precisa, poiche' certi lavori, come nutrire gli animali, devono essere svolti ogni giorno. E nell'epoca Carolingia, l'Admonitio generalis vieta agli uomini di dedicarsi, la domenica, ai lavori nei campi, di curare la vigna, diarare, di tagliare il fieno, di riporre le messi, di dissodare o tagliare gli alberi di lavorare la pietra o di costruire case.
All'universita' di Parigi, verso la fine del XIV secolo, le lezioni sono sospese dal 28 giugno al 25 agosto, per la facolta' delle Arti, e fino al 15 settembre per le facolta' di Teologia e di Diritto canonico. In questo periodo, i lavori del Parlamento di Parigi vengono sospesi dall'inizio di settembre al 12 di Novembre. Tuttavia, lo studio di alcune pratiche prosegue e alcuni consiglieri del Parlamento sono delegati a esercitare le loro funzioni in altre due corti Rouen e a Troyes. Oltre allegra feste delle domeniche, la corte interrompe me sue attivita' per una settimana a Pasqua, cinque gioni per la Penecoste, cinque giorni a Natale, in totale cinquanta giorni all'anno.
Nel Medioevo, per gli uomini di condizione modesta, e in un certo senso anche per I borghesi bisogna parlare di civilta' del lavoro e non di civilta' degli svaghi. Tuttavia i momenti di riposo e me distrazioni non sono affatto sconosciuti ma, gli svaghi sono parte integrate del lavoro.
Per quanto riguarda gli svaghi, il Medioevo si distingue dall'epoca attuale per i vari aspetti. A piu' stretto contatto con la natura, l'uomo medievale, nei suoi svaghi, da piu' spazio al corpo che allo spirito.

mercoledì 14 dicembre 2016

Feste e giochi nel medoevo. Statuto dei fornai

XXIII. Nessun fornaio puo' cuocere il pane la domenica. Ne' il giorno di Natale, ne' il giorno dopo, ne' il terzo giorno; ma il quarto giorno dopo Natale, possono cuocere il pane.
XXIV. Nessun fornaio puo' cuocere il pane il giorno dell' Epifania, ne' il giorno della festa della Candelora, ne' il giorno dell'Annunciazione, ne' il giorno dell' Assunzione, ne' alla Vesta della Nativita' della S. Vergine, a settembre.
XXV. Nessun fornaio puo' cuocere il pane nel giorno della festa dell'apostolo la cui vigilia sua giorno di digiuno, ne' alla festa di San Pietro in Vincoli in agosto, ne' alla festa di San Bartolomeo ne' il Lunedi dell'Angelo, ne' il giorno dell' Ascensione ne' il giorno dopo Pentecoste.
XXVI. Nessun fornaio puo' cuocere il pane il giorno della festa della S. Croce a settembre, ne' il giorno della festa della S. Croce a maggio, ne' il giorno della Nativita' di San Giovanni Battista, ne' il giorno della festa di S. Martino d'inverno, ne' il giorno della festa di S. Nicola d'inverno.
XXVII. Nessun fornaio puo' cuocere il pane il giorno di S.Maria Maddalena, ne' il giorno della festa di S.Giacomo e S. Cristiforo, ne' il giorno di S. Lorenzo.
XXVII. Nessun fornaio puo' cuocere il pane il giorno di S. Giacomo e S. Filippo, ne' il giorno di S. Dionigi, ne' il giorno di Ognissanti, ne' il giorno della festa dei Defunti, se non per darlo in beneficenza, ne' il giorno della festa di S. Genoveffa dopo Natale.
XXIX. Nessun fornaio puo' cuocere il pane alla vigilia delle feste sopraddette, a meno che il pane non sia in forno al piu' tardi allora in cui si accendono le candele, ne' il sabato, tranne la Vigilia di Natale in cui i fornai possono cuocere fino al suono del mattutino di Notre - Dame di Parigi.
XXX. I fornai possono cuocere il pane lunedi prima dell'alba non appena suona il mattutino di Notre - Same, salvo se vi cade un giorno di festa di quelli detti sopra.
XXXI. Se un fornaio cuoce il pane nei giorni di festa sopraddetti, dovra' pagare al maestro fprnaio un'ammenda di dei denari e dovra' fare il pane per in valore di undici soldi, che il maestro fornaio e i consigleri daranno in beneficenza ogni volta che il fornaio sara' sanzionato. E se venisse a mancare il pane a Parigi, egli dovra' ottenere il permesso di fare il pane al maestro fornaio.

domenica 11 dicembre 2016

Feste e giochi nel Medioevo. Introduzione

La misura del tempo

Trattare l'argomento degli svaghi nel Medioevo puo' sembrare una scommessa nella misura in cui questo termine non aveva allora lo stesso significato che gli attribuiamo oggi. Certo, la parola loisir che deriva dal latino licere, essere pemesso, non e' sconosciuta, ma solo nel XVI secolo assume il significato di tempo di cui si puo' disporre all di fuori delle abituali occupazioni, mentre appena nel XVIII secolo, al plurale (loisirs), diventata sinonimo di occupazioni, distrazioni durante il tempo libero.
In quell'epoca, vigeva ancora l'abitudine romana di dividere il giorno in ventiquattro ore, ovvero dodici ore fra l'alba e il tramonto, e dodici ore per la notte. In tal modo, in giugno un ora di luce dura novanta dei nostri attuali minuti contro i trenta di dicembre. D'altra parte, per determinare il momento della giornata, si fa riferimento, alle preghiere recitate dai monaci o dai chierici, ossia il mattutino, le lodi, la prima, la terza, la sesta (a mezzogiorno), la nona, il vespro e compieta.
Il sole regola la vita degli uomini, in citta' come in campagna. La giornata di lavoro varia quindi con il variare delle stgioni. Il lavoro a Parigi inizia con il sorgere del sole o un'ora piu' tardi e terminal quando si spengono le luci o all'ora in cui suona compieta.
Questi aapetti comuni nascondono tuttavia condizioni molto diverse: d'inverno i follatori lavorano dalle semi del mattino alle cinque di sera, ma d'estate (cioe' da Pasqua alla Vesta di San Remigio), dalle cinque del mattino allegra sette di sera. Per le filandaie, la giornata di lavoro d'estate comincia allegra quattro del mattino e termina alle otto di sera; d'inverno inizia alle cinque del mattino. Alcuni mestieri chiedono il permesso di lavorare al mattino prima del sorgere del sole e la sera al crepuscolo. Cosi', nel 1467, i guantai pregano il re di autorizzarli a lavorare al mattino prima del sorgere del sole e la sera al crepuscolo. Cosi', nel 1467, I guantai pregano il re di autorizzarli a lavorare dalle cinque del mattino allegra dieci di sera.
Nel caso di ingaggio a lungo termine, il datore di lavoro ha la facolta' di fissare a suo arbitrio la lunghezza della giornata lavorativa. Quindi, d'estate, la giornata di lavoro per l'artigianato parigino copre al massimo da sedici a diciassette ore; d'inverno non supera le undici ore. Lo statuto dei cimatori di panni del 1384 concede loro da due ore e mezza a tre ore e mezza di riposo a seconda della stagione. A conti fatti, il tempo effettivo dedicato al lavoro, soprattutto nel periodo estivo, cioe' per piu' di sette mesi, e' considerevole.
I contadini, molto piu' vicini alla natura rispetto ai salariati, hanno un ritmo di vita analogo, nella misura in cui il loro lavoro e' regolato dal corso del sole.
Per quanto riguarda il ritmo di lavoro annuale e' sorprendente il gran numero di feste comandate che corrispondono ad altrettanti giorni se si tiene conto delle domeniche. Gli sttuti dei talembiers, cioe' dei fornai, consentono di sapere con precision quali sono i giorni in cui solitamente ci si astiene dal lavoro.

lunedì 5 dicembre 2016

Feste e giochi nel Medioevo. Prefazione

Le feste e i giochi nel Medioevo non soon mai stati oggetto di sintesi.
Abbracciando dieci secoli, uno studio simile pone molti prolemi. Uno schema cronologico avrebbe potuto valorizzare meglio l'originalita' di periodi diversi oppure le costanti dell'epoca considerata. Cosi' le condizioni di vita appaiono piu' strutturate alla fine del Medioevo; e' proprio in quest'epoca che si sviluppano i giochi di societa'.
Sul piano socials conviene ovviamente fare una distinzione tra cio' che ottiene il popolo e quanto invece e' proprio dell'aristocrazia. Apparentemente, non c'e' affatto contrapposizione tra cultura popolare e cultura dell'elite. Si e' piuttosto in presenza di una cultura globale con livelli e sfumature propri, visto che la cultura popolare e' molto stesso la stessa cultura dell' elite in ritardo di qualche decennio o di qualche secolo. Accanto all torneo aristocratico, nel Sud della Francia esiste la danza dei cavalli di legno in cui i ballerini fanno finta di giostrare senza violenza. Un altro esempio, il piacere della lettura si diffonde della societa'.
In fine, e' importante esaminare cio' che ha attinenza con la natura, con il ritmo delle stagioni, come le passeggiate in campagna e alcune feste popolari, cio' che puo' essere attribuito a un'eredita' antics, problema che si pone soprattutto per quando riguarda gli spettacoli, e in fine, cio' che e' di matrice cristiana.

lunedì 19 settembre 2016

I nuovi tipi di colture. La crisi economica del trecento

LA CRISI ECONOMICA DEL TRECENTO

I NUOVI TIPI DI COLTURE


La preparazione delle botti nel mese di agosto. XV sec.


Compaiono ora, un pò dappertutto, delle culture (unitariamente limitate) di piante industriali, o piante da foraggio, o vigna. Lo vediamo in Fiandra, in Germania, in Francia, in Svizzera. Si tratta di coltivazioni che domandano un sistema più intenso di rotazioni, di apportare cure molto minute al suolo e alle piante. Questi cambiamenti sono ovviamente dettati dalla tendenza sempre più calante dei prezzi del giorno, che spingeva a trovare delle culture più redditizzie. Queste nuove culture s'affermano sopratutto tra contadini che si sono completamente affrancati da ogni vincolo di dipendenza verso il signore. Inoltre, una buona parte di esse offrono l'occasione al contadino d'inseerirsi in un ciclo produttivo, distinto da quello strettamente agricolo. Quelle culture di piante industriali crearono a loro volta ulteriori condizioni per un vorticoso aggravamento di quelle. Infatti i rifugiarsi di braccia nell'attività di trasformazione connessa a quelle piante sottrasse ulteriori forze di lavoro alla grande proprietà feudale, complicandone la condizione.

Le conseguenze economiche: il calo dei prezzi

Lungo tutto l'arco del sec. XIV, i prezzi dei cereali calano. Ma questo movimento discendente, in se stesso, sarebbe ancora il meno, (per così dire), se su di esso non s'inserissero, frequentemente, crescite di prezzi eccezionalmente alte. Lì, in quelle crescite, s'annida uno degli elementi più disgregatori che si possa immaginare: infatti piccoli e medi produttori che, sul periodo lungo, non riescono a realizzare normalmente forti guadagni a causa della tendenza al ribasso, non ricavano guadagni nemmeno nei momenti di rialzi dei prezzi, perché, proprio in quegli anni, il cattivo raccolto consente loro, a malapena, di che mettere da canto le sementi per la prossima stagione agricola e provvedere al sostentamento loro e delle loro famiglie.

La riduzione dei canoni di locazione

La riduzione dei tassi di locazione: in Normandia a Beaufour, il rapporto delle censives era di 142 livres nel 1397; nel 1428 era sceso a 112, a 52 nel 1347 e a 10 nel 1444. Un arpento di vigna ad Argenteuil tra il 1300 e il 1320, era possibile affittarlo tra 12 e 25 soldi parisis; a metà del sec. XVI, è affittato tra 5 e 12 soldi e in più otto pinte di vino valutabili in 8 deniers (meno d'un soldo). In Inghilterra, nella grande proprietà Bigod di Forncett, un acro di terra è affittato per 10 3/4 deniers verso il 1370; a 8 deniers nella prima metà e a 7 nella seconda metà del sec. XV. In Svezia, per le terre del duomo di Uppsala, nel 1376 non si trovano affittuari ad alcun prezzo, per quanto basso esso sia. In Norvegia, già a metà del sec. XIV, compaiono le prime riduzioni di canoni: il movimento non si arresterà e proseguirà fino al sec. XV. Nelle Fiandre, le terre dell'abazia di Saint - Pierre di Gand, nella seconda metà del sec. XIV, vedono i loro frutti ridursi del 50 - 70%.
La distruzione della campagna tardo medievale in Europa non fa altro che attstare situazioni di fatto: riduzioni di superfici coltivate; estensione e, talora, creazione ex novo, di culture di piante industriali; allargamento dell'allevamento di animali; riduzione di fitti e valore delle terre; riduzione della produttività unitaria. Alte furono le conseguenze e i mutamenti di reciproci rapporti fra gli uomini (i contadni, i proprietari) che si determinarono nel corso della crisi.

Il mercato del lavoro in agricoltura

Il movimento dei salari agricoli: dappertutto in Europa, questi sono all'insegna dell'aumento, almeno a partire dal 1350, ma anche prima: va notato che il movimento dei salari dei braccianti agricoli aumenta più fortemente di quello dei lavoratori specializzati. Parallelamente a questo aumento, di salari si ha un movimento discendente di prezzi, del grano in particolare. Da un canto, la rovina del vecchiio sistema spinge masse d'uomini verso le città; dall'altro, resta pur fermo che, in particolari momenti di punta dei lavori agricoli, occorre un buon nuero di braccianti. E' questo secondo aspetto, quindi, che serve a spiegare il perchédi questi forti aumenti salariali. Ma, ciò detto, non cambia che quegli aumenti salariali non possano essere interpretati come l'indice d'una età d'oro dei lavoratori, perché questi, in realtà sono molto spesso senza lavoro.

Grandi masse di vagabondi senza reddito

Il primo effetto di quelle riduzioni di superfici coltivte, di quelle conversioni da terre destinate alla cerealicoltura in terre destinate all'allevamento di bestiame, fu una straordinaria espulsione di contadini dal suolo. Le enclasures (recinzioni di terre comuni) in inghilterra modificano completamente il paesaggio agrario del paese: un atto del parlamento del 1489 dice che lì dove duecento persone prima lavoravano la terra, ora non si vedono che <<uno o due pastori>>. Questi contadini, espulsi dalla terraa, costituiranno quelle legioni di vagabondi che caraterizzeranno, ormai, il paesaggio dell'Europa. Queste masse di vagabondi saranno, durante taluni momenti dell'anno, dei braccianti agricoli, oppure andranno a costituire le file del proletariato (o del sottoproletariato) urbano. Da vagabondi a banditi, il passo è breve: è contro di essi che alcune ccittà si uniscono in lega per combatterli, espellerli, respingerli: in Westfalia, di queste leghe ne ritroviamo nel 1356, 1370, 1372, 1385, 1437, 1451, 1452. E' un mondo miserabile, instabile; per la dieta imperiale del 1397 a Francoforte, si radunano non meno di seicento saltimbanchi (ai quali s'aggiungono ottocento prostitute); ancora prostitute, saltimbanchi, commedianti, pifferai, tutto un mondo socialmente marginato, ritroviamo in gran numero (per migliaia, addirittura) a Costanza e a Basilea, attirati dai concili che vi erano stati convocati.

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