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sabato 4 novembre 2017

La tortura. La tortura nel Medioevo. La tortura nel Medioevo Germanico

LA TORTURA

LA TORTURA NEL MEDIOEVO

La tortura nel Medioevo Germanico



La storia insegna che l'impero romano cadde sotto la spinta delle invasioni barbariche. Quel grande esempio di Stato accentratore che aveva conquistato il mondo era ora soggetto a popolazioni che all'apparenza sembravano selvagge, ma a ben guardare, lo erano molto meno di coloro che erano stati conquistati. Nelle varie raccolte di leggi barbariche, non si trova l'istituto della tortura. 
Il rozzo diritto dei conquistatori ben presto venne in contrasto con le leggi dei vinti, e questa sovrapposizione di concezioni durerà per buona parte del Medioevo. Le concezioni barbariche avevano come fondamento l'assoluta indipendenza personale dell'individuo, dell'uomo libero, dallo Stato. Si concepiva il delitto come torto personale, il processo come rapporto sociale di ragione prevista; non era nell'interesse della società la repressione dei delitti né la loro ricerca rientrava nelle attribuzioni dello Stato. A maggior ragione, non si poteva riconoscere all'autorità giudiziaria il diritto di sottoporre accusati o testimoni a mezzi d'indagine, come la tortura, afflittivi del corpo>>. 
I principali strumenti di giudizio del diritto barbarico erano l'ordalia e il duello giudiziario. A queste prove erano però ammessi solamente gli uomini liberi, per alcune legislazioni, potevano essere assoggettati a tortura gli schiavi come era successo nella Grecia classica. Anche presso i Germani era tutelato l'interesse del padrone dello schiavo, che aveva diritto a un indennizzo se la sua <<merce>> veniva danneggiata dai tormenti. Queesta disposizione si trova nelle leggi dei Franchi salii, dei Borgognoni, dei Visigoti, dei Bavari e dei Merovingi sia nel testo più antico, sia in quello più tardo di Carlo Magno. 
Nella Lex Baiuvariorum, il cuui testo definitivo è attribuito al duca Odilone (744-48) sono presenti solamente gli accordi economici tra il padrone dello schiavo e chi lo deve torturare. Nella Lex Salica, che si fa risalire a re Clodoveo (481-511) sono descritti anche i tipi di supplizi che possono essere usati: cavalletto e battiture con verga. La Lex Visigothorum: è prevista la tortura degli schiavi, anche di sesso femminile, per reati quali il furto, l'adulterio, l'omicidio e la magia. La tortura degli uomini liberi è subordinata all'esito sfavorevole dell'ordalia dell'acqua bollente, mentre per i nobili è prevista solo in caso di delitti gravissimi come l'attentato alla vita del re. Se viene torturato un uomo libero e resiste i tormenti, colui che lo accusa diventa il suo schiavo, . se l'accusatore tortura a morte l'accusato, deve essere consegnato ai parenti del morto; il giudice che ha permesso una tortura troppo feroce che ha causato la morte dell'accusato deve essere consegnato nelle mani dei parenti del morto; l'accusatore deve segretamente consegnare al giudice la sua accusa, e se il torturato confessa una cosa diversa da quella per il quale è accusato l'accusatore viene condannato a un'ammenda anche pecuniaria; queste sono alcune delle disposizioni visigote in fatto di tortura; sono molto rigide e risentono delle norme del diritto romano. 
Presso gli Alemanni, è presente una rigida legislazione che prevede la tortura per le streghe: stria seu herbaria e per liberi di condizione servile. 
Per quanto riguarda i Franchi, la tortura è testimoniata da Gegorio di Tours (538-594) che nella Historia Francorum riporta episodi di tortura di uomini liberi e anche sacerdoti. Il Concilio di Reisbach in Baviera, dell'800 prevede che possano essere torturati gli accusati di magia. 
Pare invece che presso i Longobardi la tortura non fosse in uso. 
<<Le leggi romano-barbariche, romane per la fonte, per il contesto e per i destinatari, barbariche per le autorità che ne ordinarono la scelta e le promulgarono, poterono essere il tramite per cui la tortura entrò dapprima, se non ancora negli ordinamenti, nelle concezioni giuridiche dei maggiori popoli germanici>>. 
Dal X secolo il carattere germanico delle istituzioni diviene più pregnante, e, lentamente, l'ordalia sostituisce l'usso della tortura, complice anche la discgregazione dello Stato dopo il sogno di Carlo Magno, e il ritorno a una parcellizzazione feudale del territorio. Dal IX secolo in poi non vi sono fonti che parlano della tortura, fino al XIII secolo.

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La tortura. La tortura nel mondo antico. La flagellazione di Cristo e la legge romana

LA TORTURA

LA TORTURA NEL MONDO ANTICO


La flagellazione di Cristo e la legge romana



Dal film "The Passion of the Christ" di Mel Gibson. Jim Caviezel.


La flagellazione era molto usata anche con uomini liberi, soprattutto nelle colonie; è nota a tutti la flagellazione alla quale Cristo fu sottoposto su ordine di Ponzio Pilato. 
Luca ne parla assolutamente e si limita a riportare le parole del procuratore romano: <<Dopo averlo fatto frustrare lo lascerò libero>>. La testimonianza è di notevole importanza, perché mostra la volontà di Pilato di non condannare Gesù alla crocifissione, <<limitandone>> la pena a una solenne flagellazione, che era una punizione e nulla più. 
La flagellazione era anche applicata come supplicium more maiorum, fino a quando all'inizio dell'età della repubblica, venne abolita dal diritto romano. 
La tecnica <<consiste nell'introdurre il capo del condannato in un legno di varia foggia, chiamato genericamente furca alle cui estremità vengono fissate le mani con corde; così conciato, l'infelice è trascinato per le vie della città, subendo gli scherni degli spettatori, le percosse dei carnefici i colpi di verga dei tortores; se poi sopravvive ai colpi, legato a un palo nel foro, viene miseramente finito con le verghe>>. (G. Zaninotto, La tecnica della crocifissione Romana). 
Quando la flagellazione precedeva la pena capitale, il numero dei colpi inflitti non era mai condizionante per il fisico del condannato; l'intera procedura assumeva anche un significato simbolico, oltre a essere una forma per distruggere ulteriormente il fisico della vittima. E' emblematica, in questo caso, la testimonianza di Abdia: <<Il proconsole dopo averlo (Andrea, nda) fatto battere tre volte con sette colpi di flagello, comandò che fosse crocifisso>> (Historia Apostolica, III, 40). 
Presso i giudei la flagellazione era un supplizio praticato abitualmente. Deutremonio: <<Se il colpevole merita di essere battuto, il giudice lo farà stendere giù e lo farà battere in sua presenza con un numero di colpi in proporzione al suo torto: quaranta battiture potrà farli dare, non di più, perché oltrepassando questo numero di battiture, la punizione non sia esasperata e il tuo fratello resti infangato ai tuoi occhi>>, ma la sua applicazione era calmierata dalla Legge mosaica. I colpi inflitti non potevano superare i trentanove: tredici sul petto e altrettanti sulle singole spalle. Questo limite è confermato dall'apostolo Paolo. 
Il devastante effetto delle fruste è fin troppo conosciuto: Giuseppe Flavio ed Eusebio hanno riportato descrizioni in cui è detto che la flagellazione produsse lacerazioni tali al punto di esporre le ossa e in alcuni casi i visceri dei condannati. 
Se consideriamo che la pelle dell'uuomo occupa una superficie totale compresa fra 1.5 e 2 mq con uno spessore variabile tra 0.5 a 4 mm, dove in un centimetro di cute sono in media contenute duecento terminazioni dolorifiche, venticinque corpuscoli tattili, quattro metri di rete nervosa, un metro di capillari e tre milioni di cellule nervose, ci rendiamo conto dell'entità della sofferenza prodotta dalla flagellazione, estesa sistematicamente su quasi tutta la totalità del corpo. 
La frusta, attraverso un meccanismo contundente di martellamento, determinato dalla forma dei flagelli, provocò certamente sul corpo di Cristo una serie di lesioni di aspetto e di dimensioni variabili in relazione alla forza impressa dai torturatori e condizionata dalla direzione da cui giunsero i singoli colpi. Da parte di alcuni patologi c'è stato il tentativo di studiare oggettivamente quelli che sarebbero stati gli effetti della flagellazione sul corpo di Gesù: la prognosi prodotta dall'analisi delle circostanze ipotizzate, sulla base di testi evangelici e sui pochi dati storici, è certamente grave. Tale da determinare la morte del condannato.
La pena era applicata con verghe e con una frusta costituita da uno o tre lorum (corregge), ma in questo caso il numero dei colpi era limitato a tredici. 
La flagellatio ad libitum, in uso tra i Romani, non fissava alcun limite al numero dei colpi, che era quasi sempre lasciato all'arbitrio dei flagellatori, i quali cercavano di fermarsi prima che il condannato perisse in seguito alle sofferenze patite. 
In alcuni casi, per i delitti particolarmente gravi, si applicava anche il supplicium more maiorum, in seguito abolito. In territori di provincia l'esecuzione era affidata ai militari, che utilizzavano tre strumenti, scelti in relazione alla posizione sociale del condannato: le verghe per i liberi, i bastoni per i soldati, la frusta e il flagello (flagrum e flagellum) per gli schiavi.  
<<Diversi erano gli strumenti in uso per la flagellazione, e diverse, quindi, gli effetti sui corpi. La differenza era richiesta non dalla gravità del reato, ma dalla condizione sociale del reo. Se il flagellato era uno degli honestiores, cioè uno che possedeva diritti derivanti dal censo, si mettevano in attività le virgae o verbera (Cicerone, Sallustio, Livio, V. Massimo). Se era un militare aveva diritto ai bastoni, i fustes (Cicerone, Tacito, Dione); così pure i cittadini liberi, ma di censo mediocre (Svetonio). Per gli schiavi e gli Humiliores era riservato il flagrum flagellum, formato da due o tre strisce di cuoio o di corda (lora) terminanti con ossicini di pecora, astragali, dadi di legno che lo rendevano particolarmente distruttivo delle schiene (horribile flagrum)>> (G. Zaninato, Roma). 
La documentazione storica sulla flagellazione riferibile alla tradizione giuridica romana, assume toni ambigui, proponendo questa pratica come una forma di violenza integrativa alla pena capitale. In alcuni documenti romani del I secolo sono citati dei verbatores: uomini incaricati di flagellare il condannato, trascinarlo fino al luogo dell'esecuzione e issarlo sul patibolo. Questi <<professionisti>> del dolore fornivano la loro opera dietro compenso ed erano spesso chiamati a lavorare nelle case dei patrizi, oltre a rispondere ai magistrati. 
Dalla Lex Valeria (509 a.C.) alla Lex Sempronia, le testimonianze conservate dimostrano come fu possibile <<non tener conto dei diritti fondamentali dei cittadini che la prepotenza dei magistrati o le necessità contingenti facilmente eludevano>>. (G. Zaninotto, Roma). 
La flagellazione per i Romani assumeva tonalità diverse diventando segno di infamia, riservato solo alle classi più misere. Nel caso il condannato fosse uno schiavo colpevole di crimen laeve, il numero di colpi da infliggere poteva essere stabilito dal suo padrone. Lvio ci comunica che per motivi particolarmente gravi anche le donne potevano essere sottoposte alla pena della flagellazione. 
Quanto va sottolineato, è l'assoluta mancanza nella flagellazione romana, di un limite da non oltrepassare, e questo dato è particolarmente importante, poiché ci permette di ipotizzare che Gesù, subendo la pena secondo la legge rappresentata da Pilato, fu quasi certamente percosso da molti colpi di flagello destinati a devastare il suo corpo posteriormente e anteriormente. Accanto alle verghe e ai bastoni usati per la fustigazione, i carnefici romani potevano anche contare sul flagrum, sul flagrum taxillatum, o sul plumbum o plumbata di cui abbiamo ancora testimonianze attraverso le descrizioni classiche e i reperti archeologici, come il flagrum conservato nel Museo Nazionale delle Terme di Roma. 


La Sacra Sindone. Torino 

Se osserviamo la Sindone di Torino, notiamo che sul corpo dell'uomo che vi è stato avvolto vi sono tracce di una flagellazione inferta con il flagrum taxillatum in uso alle truppe di privincia, costituito da un'impugnatura alla quale erano collegate corde, catene e strisce di cuoio con pezzi di osso di metallo o con piccoli manubri di piombo. 
Il devastante effetto di questa frusta è conosciuto dagli studiosi: gli scrittori dell'antichità hanno riportato descrizioni spesso tremende, che pongono in evidenza i risultati di una flagellazione effettuata con l'ausilio di quel temuto strumento di sofferenza. Tali fruste, nelle mani di abili torturatori, diventano ulteriormente terribili. 
Queesi fatti appartengono alla storia e comunque si voglia interpretarli, sono una delle tante conferme dei livelli raggiunti dall'uomo, sempre così abile nell'inventare le sofferenze per i propri simili. 
Nonostante la grande diffusione raggiunta; anche la flagellazione cadde in disuso, ma la diminuzione della sua applicazione fu un riflesso, non un'iniziativa direttamente orientata a ridimensionare l'estensione della pena. 
La legge romana prvedeva che la vittima fosse frustata in un luogo pubblico; inoltre si ha notizia di varianti praticate in area orientale, in cui le vittime potevano essere appese per i capelli, oppure distese a terra tra quattro pioli laterali ai quali erano legati mani e piedi. A percuotere i condannati erano i tortores, schiavi preparati in un'apposita scuola, oppure soldati comandati a questo particolare incarico, che generalmente operavano in coppia. Cicerone descrive sei lictores incaricati di punire contemporaneamente un solo condannato; accompagnavano in numero variabile i magistrati, consoli e proconsoli, portavno una fascia di bastoni legati con un'ascia gli strumenti necessari per la loro opera. Con la verga si colpiva e con la fascia si uccideva <<i fasci quindi, contrariamente alla credenza di molti, non erano simboli del potere romano, (rappresentato invece dalle aquile imperiali), bensì simboli e strumenti pratici per la giustizia punitiva, come ai giorni nostri un modello di ghigliottina o di sedia elettrica>>. 
Riguardo a Cristo, riferendoci alla tradizione del suo tempo e alla volontà di Pilato di impartire una punizione solenne, possiamo ipotizzare che i colpi inferti fossero certamente numerosi, forse determinati dalla violenza di due o più tortores armati di orribili flagra, da ognuno dei quali si diramavano lorae di cuoio. 
Sulla Sindone di Torino, ne sono stati contati novantotto, di questi cinquanta sono ternari (dovuti a una frusta costituita da almeno tre terminazioni doppie), nove hanno solo qualche traccia del terzo segno del flagello; diciotto presentano solo l'impronta di due punti terminali e ventuno hanno solo un segno. Studiando la posizione di tali segni, si è giunti alla conclusione che il corpo dell'uomo della Sindone fu probabilmente colpito con almeno tre flagelli. I carnefici furono particolarmente pesanti nel colpire risparmiando solo una parte del torace forse per la difficoltà di raggiungerlo, come è stato sottolineato, perché si trattava di un'area delicata dove una eccessiva sequela di colpi avrebbe determinato un <<tamponamento cardiaco da perdicardite sierosa traumatica>>. 
Senza dubbio forti traumi prodotti dal flagrum condizionarono non poco il corpo già fortemente provato del condannato. Se partiamo dal presupposto che la tortura non seguì le regole della flagellazione ebraica allora evidentemente ci troviamo davanti a un caso difficile da qualificare scientificamente. Stando alle fonti evangeliche, è certo che Cristo non morì nel corso della flagellazione: possiamo però ragionevolmente considerare questa punizione come una delle cause principali della sua rapida agonia sulla croce. 
Se ci addentriamo in una più profonda analisi della morte di Cristo, ci accorgiamo che il suo martirio si compì in uun lasso di tempo relativamente breve, in quanto abbiamo testimonianza di crocifissi agonizzanti sul palo da alcune ore fino a due giorni. 
Diversi <<focolai di tossine>> - cos' sonoo chiamati dai patologi gli effetti delle sofferenze pre-crocifissione - influirono pesantemente sul corpo di Cristo, tanto da condurlo in breve tempo verso la necrosi miocardica. 

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LA PASSIONE DI CRISTO - FLAGELLAZIONE





Dal film "The Passion of the Christ" di Mel Gibson. Jim Caviezel.

mercoledì 1 novembre 2017

La tortura. La tortura nel mondo antico



LA TORTURA

LA TORTURA NEL MONDO ANTICO

Non si accenna a torture nel Codice di Hammurabi né nelle procedure giuridiche indiane, considerata però una pena e non una tortura. In Palestina lo statuto della tortura è presente in epoca piuttosto tarda: le fonti, in particolare Giuseppe Flavio (Antiquitates Iudaicae 16,10-11) riportano che Erode I il Grande usò la tortura, contrariamente invece agli Egiziani e ai Persiani. In Egitto la tortura è attestata dalle fonti, in particolare Luciano, Ammiano ed Eliano, fin dal XII seccolo a.C. mentre Erodoto sostiene che in Persia era pratica comune. 
Alla base dei processi vie era la testimonianza. Questa veniva convalidata dagli uomini liberi tramite un giuramento, mentre per gli schiavi era prevista la tortura. I padroni potevano concedere i propri schiavi alla tortura o rifiutare, patteggiare le forme di supplizio ed essere risarciti in caso di danni permanenti alla persona dello schiavo. 
La tortura più comune era il flagello, seguito dalla ruota, che serviva a slogare le giunture, e da molte altre, come si può leggere nelle Rane di Aristofane: <<... Appendilo alla scala, / sferzalo a sangue, legalo alla ruota, / dagli la fune, versagli l'aceto, / nelle narici, scorticalo, mettigli / tegoli sulla pancia, fagli tutto!>>. 
Ad Atene abbiamo notizia di applicazione su uomini liberi solamente nel periodo delle tirannie, mentre il governo democratico la vietava. In altre zone della Grecia si era sottoposti a torture per delitti molto gravi, come, ad esempio, l'accusa di lesa maestà. La tortura era invece molto più usata nelle colonie, in particolare quelle della Magna Grecia. 
Per il mondo romano, le torture più comuni usate sugli schiavi erano vari tipi di torsioni dei muscoli, lo slogamento delle giunture e la rottura delle ossa, ottenute in particolare con il cavalletto e le fidiculae. Il cavalletto, chiamato equuleus, consisteva in una macchian di legno simile a un cavallo sulla quale si legava la persona, che veniva sottoposta a stiramento tramite corde e pesi. Le fidiculae erano cordicelle che venivano usate per slogare gli arti. Altri supplizi erano gli unci, uncini con i quali venivano straziate le carni, lastre di bronzo arroventate, e la flagellazione con le plumbatae, staffili formati da numerose cordicelle legate assieme, che alla fine avevano a volte uncini, a volte invece pesi di piombo.

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martedì 31 ottobre 2017

La tortura. Introduzione



LA TORTURA

Introduzione

Questo lavoro è stato concepito come una ricerca sulla tortura, intesa come forma della mortificazione della carne, tesa a depurare quest'ultima dalle <<scorie>> del peccato, al fine di permettere la redenzione dell'anima. In questo suo aspetto è assai simile all'automortificazione corporale di alcune mistiche che vissero tra il Cinquecento e il Seicento, le quali trovavano nel dolore la sublimazione delle colpe e una via privilegiata verso la santità. 
La Chiesa considerva il corpo, principale protagonista della tortura. 
Il materiale raccolto cira l'uso della tortura e gli strumenti ideati allo scopo serve a semplificare l'accurata ricerca dell'effetto desiderato e la genialità, per quanto moralmente discutibile, dei professionisti dell'altrui sofferenza, i quali erano al servizio di un'ideologia di repressio della materia, sulla scia di una tradizione di negazione del corporale, in particolare dell'aspetto sessuale dell'individuo. 
Nell'ambito delle vittime di quest'ideologia ho privilegiato la stregoneria, riscontrando una linea di pensiero ginofobica e di negativizzazione del sesso che parte dal mondo greco e semitico per fondersi nel cristianesimo nascente e trovare ampia teorizzazione nei Padri della Chiesa. 
La conseguenza pratica di questo pensiero è la griglia accusatoria che accomuna gli eretici: catari, albigesi, streghe, ebrei, luterani; più oltre turchi e musulmani sono accusati di orge sessuali contro natura, di uccisioni rituali, di omofagia, di rapporti sessuali con demoni. 
La maggior parte delle torture praticate dall'Inquisizione interessa il corpo femminile e la zona genitale-anale, in modo ossessivo e paradossale. E' evidente una correlazione, da un lato, tra il presupposto disordine sessuale che si riscontra - a detta degli accusatori - nel sabba, luogo della liberazione istintuale per eccellenza, e, dall'altro, la concezione negativa e mortificante del corpo da parte della Chiesa, accentuatasai nel periodo tridentino e post-tridentino, e la macerazione, amputazione, lacerazione fisica del corpo, sede del peccato, effettuata nelle camere di tortura presso i tribunali. Mi sembra altresì evidente il tipo di controllo che la Chiesa svolge sulle mistiche e sulle estatiche, che sublimano la libido repressa in visioni dolorose, flagellazioni, purgazioni, discipline. 
E' il corpo il principale bersaglio della macchina repressiva della Chiesam in quanto espressione massima della libertà individuale e luogo privilegiato della lotta tra bene e male, tra santità e perdizione. 

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Amore e umanità



"E' il corpo il principale bersaglio della macchina repressiva della Chiesa, in quanto espressione massima della libertà individuale e luogo privilegiato della lotta tra bene e male, tra santità e perdizione. Ed è sul corpo appunto che la tortura infierisce."
 Da La Tortura di Laura Rangoni

Un'istituzione che continua perseverando nell'offendere l'intelligenza delle persone, è inaccettabile dover sentirsi dire da uomini.. perché sono uomini, come bisogna condurre la propria vita in tutti i suoi aspetti, in che cosa bisogna credere, quali preferenze sessuali bisogna avere (da gente che predica bene e razzola MALISSIMO!)... Questa istituzione è identica alla sua antagonista, non predica l'amore, perché l'amore è incondizionato e non ha sesso, l'unica differenza dall'altra è che, fortunatamente non ha più la possibilità di torturare e uccidere la gente "i peccatori", in piazza e con la massima libertà. Questa è l'unica differenza, altrimenti cambierebbero solo i nomi e le favolette. 
Madame Vrath

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giovedì 5 ottobre 2017

L'INQUISIZIONE IN ITALIA. I dissidenti nella cristianità occidentale durante il secolo XI

L'INQUISIZIONE IN ITALIA 

I dissidennti nella cristianità occidentale
durante il secolo XI



Alcuni sporadici e limitati casi di dissenso religioso nella cristianità occidentale si manifestarono nella prima metà del secolo XI soprattutto in Francia, ma anche in Italia e Germania, secondo le laconiche e non sempre attendibili fonti a disposizione, tutte cronache scritte da ecclesiastici. Si trattò sempre di individui e gruppi isolati, senza nessun contatto tra loro, e con una permanenza molto breve, compresa la ventina d'anni della pataria milanese, che coprì il periodo più esteso. 

Le prime contestazioni dottrinali

Le esperienze religiose e le rivendicazioni dottrinali e pratiche furono le più disparate: Leutardo di Vertus nella Champagne verso il 1000 spezzò il crocifisso: leggeva e commentava la Bibbia, predicava contro l'obbligo di dare le decime al clero. Gli eretici dualisti di Acquitania verso il 1018 <<negavano il battesimo, la croce e tutta la santa dottrina: con l'intenzione di mostrarsi come monaci si astenevano dal cibo e simulavano la castità, ma fra loro esercitavano ogni lussuriaed erano messaggeri dell'anticristo, e fecero deviare molti dalla retta fede>>. Alcuni canonici d'Orléans nel 1022 negarono la Trinità, l'incarnazione di Cristo, la maternità divina di Maria, rifiutarono tutti i sacramenti e probabilmente i cibi di carne. Ad Arras nel 1025 alcuni predicatori eretici, negavano l'utilità dei sacramenti, accettavano solo il vangelo, ritenevano di essere salvi non per grazia di Cristo ma per i meriti delle proprie azioni, si proponevano di evitare la concupiscenza e di sostenersi con il proprio lavoro. I dissidenti di Chalons-sur-Marne fra il 1406 e il 1408 rifiutarono il matrimonio, i cibi di carne, l'uccisione di qualsiasi animale, e ritenevano di poter conferire lo Spririto Santo attraverso l'imposizione delle mani. Ci fù anche un acomunità interamente eretica, dalla contessa ai contadini, a Monforte in Piemonte, dove verso il 1028 i dissidenti leggevano la Bibbia interpretandola spiritualmente, pregavano giorno e notte e la loro morale tendeva al distacco dalla materia in vari modi, comprese la ricerca di una morte violenta, da vivere come martirio. 
Nel passato gli storici interpretarono alcuni di questi elementi come segni anticipaori delle dottrine dualistiche catare. 

Il movimento patarino

Una collocazione a parte merita la pataria un movimento riformatore a base popolare sorto in confronto col clero concubinario e simoniaco, iniziato dal diacono Arialdo e dal nobile Erlembaldo e in pieno svolgimento dal 1056 al 1075 circa soprattutto a Milano in Lombardia. All'inizio il movimento era perfettamente inserito nell'ortodossia e anzi i patarini appoggiavano e realizzavano a modo loro la riforma della Chiesa e del clero che sostenevano i pontefici per combattere la compravendita dei benefici ecclesiastici: osteggiavano in vari modi il clero ritenuto corrotto, boicottanado liturgia e sacramenti e istruivano veri e propri processi fatti da laici nei confronti di preti ritenuti indegni. Il movimento nacque a Milano, si diffuse in altre città dell'Italia settentrionale, e non si fermò neppure di fronte a diversi tentativi fatti da speciali legati papali inviati a mediare tra patarini e clero per ripristinare l'ordine. Il rigorismo patarino si rivelò incompatibile con le esigenze del governo ecclesiastico. Il movimento si sfaldò dopo vent'anni di operosità e solamente una minoranza intransigente ne continuò gli ideali. 

La cultura ecclesiastica di fronte ai dissidenti

Le cronache e le lettere che parlano dei dissidenti sono in genere fonti profondamente distorte perché gli ecclesiastici che le compilarono erano interessati a mostrare il pericolo corso dall'ortodossia e dal buon ordine sociale, piuttosto che a comprendere dall'interno quelle esperienze religiose diverse e le loro motivazioni più profonde. Vilgardo di Ravenna verso il 1000 predicava <<molte cose contrarie alla fede>>, e degli eretici di Goslar, dei quali si ricorda semplicemente che nel 1051 disobbedirono a un vescovo che aveva ordinato loro di uccidere un pollo. Altre volte vengono attribuite ai dissidenti dottrine che gli storici ritengono inverosimili: gli eretici di Acquitania sono definiti manichei e così pure quelli di Chalons-sur-Marne; i patarini vengono definiti donatisti. Queste affermazioni teologiche storicamente inesatte dipendono dalla mentalità degli ecclesiastici medievali, secondo la quale i nuovi errori si dovevano spiegare in base agli antichi, non erano altro che il risorgere delle antiche eresie e l'identificazione con una di queste serviva a rafforzare il peso della condanna. 

Linee comuni e senso profondo degli episodi di dissenso

Gli autori dei testi che ci tramandano le poche e frammentarie notizie sui dissidenti erano così legati all'ortodossia, e ovviamente, lontani dalle aspettative ed esigenze dello storico di oggi; da dare l'idea che le nuove esperienze religiose fossero solo opposizione e negazione di quelle tradizionali. E'invece possibile non solo individuare in quanta congerie di gruppi eterodossi con dottrine e sviluppi pratici diversi, alcune linee generali che li inquadrino nella cristianità occidentale, ma anche capire indirettamente il senso profondo e i valori positivi delle nuove esperienze. Nella crisi che coinvolgeva la Chiesa e le suee strutture, all'interno delle quali la pratica religiosa era più esteriore che interiore, questi tentativi spesso disarticolati riguardavano i problemi legati alla salvezza individuale. Il preesistente modello statico della società, basato sulla distinzione tra oratores, bellatores e laboratores (oranti, guerrieri e lavoratori), non soddisfaceva più soprattutto i comuni fedeli, che cominciavano a partecipare più attivamente alla vita politica delle città. Questo evangelismo spontaneo, abbastanza diffusom rivelava e produceva a sua volta <<un rapporto diretto e individuale con Dio, interiorizzato e purificato da una scelta squisitamente spiritualistica, diffidente o contraria a tuto ciò che è materialità e carnalità>>.

I trattamenti riservati ai dissidenti

I dissidenti vennero accusati di negare la vera fede che stava a fondamento della cristianità occidentale, anche quando essi non ne avevano coscienza dottrinale e pensavano di mettere semplicemente in pratica la lettera del Vangelo. Vennero qualificati in alcuni casi come persone deidite ai vizi più turpi e a nefandi delitti, come se fossero i nemici più temibili della società. Queste idee religiose diverse attrassero un certo numero di seguaci, anche se mai in quantità notevoli. Gli atteggiamenti nei loro confronti della stragrande maggioranza dei fedeli, rimasti invece rispettosi delle gerarchie furono vari e oscillarono da tentativi di conersione alla eliminazione violenta. Leutardo fu sottoposto dal vescovo a un contraddittorio, venne abbandonato dai suoi seguaci e si gettò in un pozzo. I canonici di Orléans, furono arrestati dal duca di Normandia e dal re di Francia, portati di fronte a un gruppo di vescovi e signori locali per un confronto, scomunicati e degradati perché coerenti con le proprie idee, infine bruciati vivi. I predicatori analfabeti di Arras furono arrestati dal vescovo e condotti davanti a un sinodo diocesano, persuasi del loro errore e lasciati liberi dopo una professione di fede ortodossa, mentre al contrario gli eretici di Goslar furono fatti impiccare dall'imperatore. Nel corso dei canonici di Orléans si può osservare molto bene, come il loro processo per eresia entrasse nel gioco di potere che da tempo opponeva il re Roberto il Pio al conte Eudone di Blois, alleato del duca di Normandia per il controllo, tra l'altro dell'episcopato di Orléans. Il re vi aveva nominato un proprio candidato, ma il conte Eudone con il processo contro i canonici obbedienti al nuovo vescovo, riuscì a farlo deporre e a sostituirlo col suo candidato. 
Le autorità ecclesiastiche avevano spesso dei dubbi sull'opportunità di condannare a morte gli eretici, come il vescovo di Chalons-sur-Marne, che chiese consiglio a Vasone, vescovo di Liegi. Quest'ultimo rispose in modo tollerante, invitandolo a sperare nella conversione dei devianti e ricordando che <<per errore e per furore erano stati uccisi talvolta molti cattolici>>. Un'analoga esitazione di un vescovo nei confronti della condanna a morte ci fu anche nel caso della comunità di Monforte: i vassalli del vescovo di Milano forzarono invece la situazione, e imposero ai dissidenti già arrestati la scelta tra la croce e il rogo. La maggior parte preferì il rogo. Per controllare il movimento patarino, venne ucciso il nobile Erlembaldo, personalità in vista, ma in generale le autorità ecclesiastiche non ricorsero alla soppressione violenta.   

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