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martedì 23 maggio 2017

Il Rinascimento. Inquadrare il rinascimento reti e situazioni locali

INQUADRARE IL RINASCIMENTO

Reti e situazioni locali


Michelangelo Buonarroti


Uno studio contestuale del Rinascimento implica anche un particolare interesse per diversi canali, ai gruppi e alle reti attraverso cui il proccesso di ricezioni ebbe luogo. 
Giorgio Vasari, offrì il primo, modello di un tipo di storia dell'arte interamente incentrata sui grandi protagonisti individuali, eroi come Giotto, Leonardo e, soprattutto, Michelangelo. 
Nel processo di innovazione, un ruolo assolutamente centrale non è svolto tanto dai singoli quanto da piccoli gruppi o ristrette <<cerchie>> di persone, quando questi gruppi sono in competizione reciproca e i loro membri sono coinvolti in intensi processi di interazione sociale. Oggi gli storici della cultura dovrebbero senz'altro occuparsi del ruolo di questi piccoli più di quanto non abbiamo fatto nel passato. L'attenzione a questa componente esprime d'altronde una necessaria reazione a due modelli appositi di spiegazione del cambiamento culturale, allo schema romantico, centrato quasi esclusivamente sul ruolo eroico di pochi geni isolati, e a quello marxista, che sembra prendere in esame soltanto la società con la S maiuscola. Studiare le dinamiche di simili gruppi è anche un valido correttivo a interpretazionie farsi troppo generiche, come <<il Rinascimento in Portogallo>>, <<l'Umanesimo in Boemia>>.


Raffaello Sanzio

I contatti diretti erano facilitati da luoghi e istituzioni diversi da caso a caso, come corti, monasteri, cancellerie, università, accademie, musei. L'importanza di questi microspazi come sistemi di supporto per i piccoli gruppi da loro ospitati è stata recentemente messa in risalto da alcuni storici, studiosi di storia della scienza. Il monastero, luogo tradizionalmente favorevole agli studi, fu particolarmente importante per lo sviluppo dell'Umanesimo sia in Italia che altrove. A Firenze, i monaci Luigi Marsili e Ambrogio Traversari appartenevano al circolo di Leonardo Brunie gli umanisti si riunivano presso le loro celle nei conventi di Santo Spirito e di Santa Maria degli Angeli. Anche alcuni dei principali centri dell'Umanesimo dei Paesi Bassi nel XV secolo erano monasteri, l'abbazia cistercense di Aduard a nord di Groningen, frequentata da Rudolph Agricola e dai suoi amici. Diretto da Giovanni Tritemio, il monastero benedettino di Sponheim ebbe a sua volta una particolare importanza per il movimento umumanistico tedesco. 
Alcuni gruppi erano uniti da scambi epistolari, come nel caso di studiosi prevalentemente nomadi, non legati a un luogo preciso, del calibro di Petrarca, Erasmo e Lipsio. Se volevano che le loro idee raggiungessero un pubblico più vasto, questi gruppi non potevano non servirsi di altri canali di comunicazione. Proprio in questa forse, l'invenzione della stampa (è anche la stampa di immagini, incisioni e cc. precedente all'invenzione di caratteri mobili) permise alle nuove idee di diffondersi più velocemente e di raggiungere un pubblico molto più numeroso di quanto avvenisse in passato. Privilegerà la grafica (incisioni ecc. ) a scapito della pittura, dell'architettura e della scultura e le riproduzioni alle opere originali. Un'altra conseguenza della decisione di privilegiare la ricezione sarà la scelta di occuparsi soprattutto di quegli elementi e di quei protagonisti della cultura italiana che riscossero un'immediata attenzione nell'Europa del periodo: Raffaello, per esempio, piuttosto che non Piero della Francesca, la cui grandezza come pittore è stata infatti riconosciuta soltanto nel XX secolo. 

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Il Rinascimento. Inquadrare il Rinascimento. Contesti


INQUADRARE IL RINASCIMENTO

Contesti

Un altro tema centrale degli studi sulla ricezione è quello del <<contesto>>, una metafora che proviene dall'arte della tessitura. Il termine <<contesto>> ha progressivamente allargato il suo significato sino a riferirsi  a tutte le circostanze culturali sociali e politiche che circondano un testom un'immagine, un'idea un'istituzione e via dicendo. <<Recepire>> creativamente determinate idee significa in pratica adottarle a un nuovo contesto. Questo processo di adattamento implica la partecipazione a un doppio movimento. La ricontestualizzazione, ricollcazione o addomesticamento. In quest'ultimo caso, non dovremo analizzare la logica della loro selezione e l'uso che ne viene fatto per dar vita a uno stile autonomo caratteristico. Gli elementi classici e italiani venivano spesso <<reincorniciati>>, e in altre parole assumevano un nuovo significato. Si possono trovare casi di bricolage: combinazioni (operazioni consapevoli o semplici risultati di fraintendimenti del testo o dell'immagine originaria), in altre p. 
Uno studio della ricezione europea del Rinascimento deve interessarsi anche del modo in cui i contemporanei percepivano e interpretavano sia l'antichità che l'Italia. Molti detestavano le <<mode>> italiane, come le chiamavano, e soprattutto la tendenza a <<scimmiottare>> i costumi e le usanze italiani. Altri vedevano con sospetto le culture greche e romane dell'antichità a causa della loro natura pagana. Ma anche molti ammiratori dell'Italia e dei classici avevano a volte punti di vista e stati d'animo piuttosto ambivalenti. I rapporti tra gli scrittori e gli artisti europei e i loro modelli classici o italiani erano spesso relazioni di amore e odio, dove l'ammirazione e l'invidia tendevano curiosamente a bilanciarsi. Le prese di distanza dai modelli erano spesso determinate dal desiderio di superarli. Oltre al processo della ricezione, sarà pertanto necessario analizzare anche le resistenze opposte al Rinascimento: per esempio quelle del cristianesimo nei confronti del paganesimo, della logica nei confronti della retorica, gli abitanti del nord Europa nei confronti degli italiani. Come la ricezione, anche qui diversi gruppi manifestarono livelli più o meno alti di resistenza alle nuove tendenze. 

"Come risulta evidente dalla storia dell'umanità, il cristianesimo, come tutte le religioni inventate dall'uomo, aboliscono la "conoscenza" dalle menti umane, indirizzandole totalmente verso dottrine create dall'uomo, spacciate per divine." 

Madame Vrath

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lunedì 22 maggio 2017

2/4 Ep.03 Countdown to Revolution

II Rinasscimento. Inquadrare il Rinascimento. Ricezione

INQUADRARE IL RINASCIMENTO


Lucien Febvre
Ricezione

Le ricostruzioni tradizionali del Rinascimento fuori dall'Italia non soltanto usano certe metafore e certi modelli ricorrenti ma ne sono anche profondamente strutturate. Nell'impatto, il movimento <<penetra>> in una regione dopo l'altra. Il modello epidemico mostra invece come le diverse regioni europee siano state <<prese>> dal Rianscimento grazie a una sorta di contagio. Il modello commerciale del prestito, si basa sull'analisi di transazioni, debiti, esportazioni e imppostazioni, fenomeni letterali in certi casi (libri, quadri) e metaforici in altri (le idee). Ma il modello più comune è quello idraulico, la tendeza a percepire il movimento rinascimentale in termini di <<allusione>>; influenze, canali di scorrimento, assorbimenti. 
La ricezione delle nuove forme della cultura italiana e dell'antichità classica e il ruolo di mediazione esercitato in questo processo della stessa cultura italiana. Michelangelo e Macchiavelli, <<recepirono>> entrambi il messaggio dell'antichità in maniera creativa, trasformandolo secondo i propri obiettivi e le proprie scelte. Gli spettatori, i lettori, a loro volta trattavano i loro messaggi nello stesso modo. 
Il concetto di <<ricezione>>, tuttavia è molto più ambiguo di quanto non possa sembrare a prima vista. Nel XIX secolo, gli studiosi di diritto lavoravano già sulla ricezione del diritto romano in Germania e alcuni storici della cultura come Gustav Bauch, hanno già discusso della ricezione del Rinascimento. Se la tradizione indica un processo di trasmissione lineare, la ricezione invece ha a che fare col prendere, col ricevere. Ma più o meno si riteneva quasi sempre che tra ciò che veniva <<ricevuto>> e ciò che veniva <<dato>> vi fosse una perfetta simmetria, non solo nel caso di oggetti materiali ma anche di beni innaturali come le idee. 
I teorici contemporanei della ricezione sono convinti che qualsiasi cosa venga trasmessa sia necessariamente destinata a trasformarsi nel corso dello stesso processo di trasmissione. Seguendo i filosofi della scolastica, sostengono che qualsiasi cosa venga recepita, lo è dal punto di vista si chi la recepisce. Questi teorici adottano il punto di vista del ricevente, non quello del creatore o del produttore originario, e così hanno relativamente poco da dire su ciò che il produttore, l'autore, potrebbe considerare <<fraintendimenti>> o <<cattive interpretazioni>> dei suoi testi o di altri artefatti. La ricezione e il consumo culturale si presentano piuttosto come una forma di produzione, e il loro intento e quello di mettere in luce la componente di creatività insita in tutte le operazioni di appropriazione, assimilazione, adattamento, reazione, risposta o persino di rifiuto. Ai tentativi di avvicinamento facevano sempre riscontro fasi di rifiuto  e di ritiro, pensiamo per esempio al ritiro dal <<classicismo italianeggiante>> che secondo un recente storico dell'arte avrebbe cratterizzato l'Inghilterra elisabettiana. 
Il Rinascimento ha contribuito alla creazione dell'antichità almeno nella stessa misura in cui l'aantichità ha contribuito alla creazione del Rinascimento. Gli artisti e gli scrittori praticavano da questo punto di vista una particolare forma di trasformazione. E probabilmente non è un caso che due tra gli scrittori classici più letti e iinfluenti del periodo fossero proprio due autori affascinanti dal tema della metamorfosi: Ovidio e Apuleio. 
Una metafora utile per capire meglio il problema della ricezione è quella del bricolage: la capacità di fare qualcosa di nuovo servendosi di frammenti di costruzioni presenti. L'umanista fiammingo Giusto Lipsio osservò nella sua politica che <<tutto è mio>> anche se <<niente mi appartiene>>. Una fase dello stesso tenore ricorre anche nell''Anatomy of Melancholy di Robert Burton: Omne meum, nihil meum. 
Nel Rinascimento, le trasformazioni della tradizione classica sono già state analizzate all'inizio di questo secolo da Oby Warburg, un outsider nell'ambito del mondo accademico ma anche il fondatore di un importante istituto di ricerca e di un autonomo, originalissimo approccio alla storia della cultura. Negli anni venti di questo secolo, Luucien Febvre rifiutò il concetto di prestito  osservando che gli scrittori e gli artisti del XVI secolo <<qualcosa che si rivela al tempo stessoo estremamente composito e originale>>. Quando Fernand Braude dal canto suo lamentava l'assenza di una statua complessiva della diffusione di quelli che lui definiva <<beni culturali>> italiani durante il Rinascimento, ampliava il concetto di diffusione sino a includervi anche le operazioni di adattamento e rifiuto. 
Carl von Sydow, ha mutuato dalla botanica il termine <<ecotipo>> per descrivere il modo in cui i racconti popolari sviluppano determinate varianti locali stabili nelle diverse corti d'Europa. Il concetto si rivela particolarmente proficuo soprattutto per quanto riguarda l'architetura, un'arte collettiva le cui forme possono essere influenzate e modellate dai tipi di pietra disponibili localmente, se non dalla stessa conformazione del terreno e sarà ripreso più volte in queste pagine. 
Nel Rinascimento stesso, vennero utilizzate aaltre espressioni chiave. Gli scrittori discutevano spesso dei pregi e degli svantaggi dell'<<imitazione>>. La metafora dell' <<innesto>> italiano e dei frutti francesi usata dall'umanista francese Blaise de Vigenère nella prefazione della sua tradizione del Tasso implicava evidentemente la creatività della ricezione. I missionari e altri Europei parlavano della necessità di <<adottare>> il Cristianesimo ai nostri contesti: analogamente nel XVI secolo, scrivendo di architettura il Fiammingo Hans Vredeman de Vies sottolineava l'esigenza di <<adottare l'arte della situazione e ai bisogni del Paese>>. 
Una delle idee o delle metafore centrali degli studi moderni sul tema della ricezione è l'immagine della <<griglia>>, o del <<filtro>>, che consentirebbe a determinati elementi di passare bloccandone altri. Quanto viene selezionato deve essere <<congruente>> con la cultura stessa che opera il processo di selezione. Nel caso del Rinascimento l'mportanza del filtro rappresentato dalla cultura dell'antica Roma, dato che i Romani non si limitarono soltanto ad adottare la cultura greca ma la piegarono ai loro scopi. In secondo luogo, vanno tenuti semre presenti i filtri arabi e bizantini attraverso i quali la cultura dell'aantica Grecia venne per lo più recepita nel Medioevo. Il filtro medievale: un bozzetto del XV secolo faceva sembrare il Partenone in qualche modo gotico. Il filtro italiano: gli itliani furono quasi sempre i primi a riscoprire e a rimettere in circolazione la cultura dell'antichità, mentre nel resto d'Europa la ricezione dell'antichità fu spesso mediata dall'Italia. Il revival dell'antichità avviato a Firenze e Roma conobbe unn  primo processo di adattamento quando raggiunse altri centri della penisola come Milano e Venezia, e questi adattamenti furono a loro volta ulteriormente esportati in Europa. Nel caso dell'architettura, la Francia entrò in contatto con la versione lombarda del Rinascimento, mentre la Germania con quella veneziana. 

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sabato 20 maggio 2017

Il Rinascimento. Inquadrare il Rinascimento

IL RINASCIMENTO

INQUADRARE IL RINASCIMENTO

La ragione più ovvia per un nuovo studio sul Rinascimento è probabile che la ricerca su un dato argomento si rinnova continuamente. E' probabile che come mai oggi tante persone si stiano dedicando all'analisi di diversi aspetti del Rinascimento. Nel loro complesso tutte queste ricerche contrinìbuiscono o dovrebbero contribuire all'elaborazione di una nuova interpretazione del fenomeno. Proprio questa autentica proliferazione di studi parziali che affolla le riviste di settore sembra rendere sempre più difficile la sintesi generale. Se potessero tornare sulla terra, gli artisti, gli scrittori, gli studiosi del Romascimento resterebbero certamente senza parole constatando come il movimento a cui avevano partecipato venga oggi minuziosamente dissezionato e fatto a pezzi in infinite monografie dedicate alle diverse realtà locali o alle varie discipline: storia dell'architettura, storia della filosofia, storia della letteratura francese e via dicendo. 


Leonardo da Vinci

Rinascimento come movimento piuttosto che come evento o periodo storico. Non si tratta di una sttoria generale dell'Europa tra il 1330 e il 1360, nè di una storia della cultura europea in una fase in cui molto probabilmente le riforme incisero sulla vita quotidiana delle persone molto più profondamente di quanto non fece il Rinascimento. E' la storia di un movimento culturale che prese le mosse della figura del Petrarca per concludersi con quella di Cartesio. 
Anche nel movimento rinascimentale sono stati decisivi l'innovazione e il <<riconoscimento>>, la nostra guida attraverso il labirinto dei particolari, sarà l'etusiasmo per l'antichità, il revival, la ricezione e la trasformazione della tradizione classica. Meentre la nostra cultura mette sempre in primo piano la novità, anche i più grandi innovatori del Rinascimento tendevano a presentare le loro invenzioni e le loro scoperte come un ritorno alle tradizioni dell'antichità dopo la lunga parentesi di quello che proprio loro furono i primi a chiamare <<medio>> evo. 
Jacob Burchardt, il grande storico svizzero la cui concezione del Rinascimento è ancora oggi estremamente influente, sostiene che la riscoperta dell'antichità non sarebbe stata di per sé sufficiente a dar vita al Rinascimento senza l'incontro con quello che amava definire lo <<spirito>> italiano. Molti studiosi successivi hanno per lo più preferito concentrare la loro attenzione sul revival della classicità. 
Secondo Burchardt, l'importanza del Rinascimento nell storia europea stava pproprio nel fatto che in esso poteva riscontrarsi l'autentica origine della modernità. Burchardt scriveva che <<gli italiani furono i primi tra i moderni Europei>> e individuava i primi segni della modernità nell'idea di stato come <<opera d'arte>>, <<nel senso moderno della gloria>>, nella <<scoperta del mondo e dell'uomo>>, e soprattutto in quello che chiamava <<lo svolgimento dell'individualità>>.


William Shakespeare

La rottura col passato ora sembra molto meno netta di quanto non pensassero gli stessi studiosi e gli artisti del XV e del XVI secolo. Nonostante la loro consapeolezza di venire dopo il Medioevo, questi studiosi e questi artisti non erano <<moderni>> nel senso in cui definiremmo moderni i loro successori del XIX e del XX secolo. Burchardt sottstimava la distanza culturale tra il suo tempo e il Rinascimento. Da allora, la differenza tra la cultura rinascimentale e la cultura contemporanea, è diventata sempre più visibile, nonstante un costante interesse verso autori come Leonardo, Montaigne, Cervantes, Shakespeare e altre principali figure del tempo. 
Il Rinascimento coesiste e interagisce con altre culture soprattutto con quelle bizantina e islamica, che a loro volta espressero entrambe un proprio <<rinascimento>> dell'antichità greca e romana. La stessa cultura occidentale era una realtà pluralistica e differenziata, segnata dalla presenza di minoranze culturali che presero attivamente parte al movimento rinascimentale in prima persona sia in Italia che altrove. Gli storici hanno generalmente dedicato troppa poca attenzione al contributo di Arabi ed Ebrei al movimento, sottovvalutando così il ruolo di figure chiave come Leone Ebreo, o Leone Africano. 


Cervantes

Il Picatrix e lo Zohar. Il Picatrix era un manuale di logica araba del XII secolo, lo Zohar era un trattato di mistica ebraica del XIII secolo. La difficile commistione di platonismo e teorie magiche che appassionava Marsilio Ficino i membri della sua cerchia fiorentina. Trova un parallelo nelle idee dello studioso arabo. Suhrawardi, giustiiziato nel 1191 per essersi allontantao dall'ortodossia musulmana. L'abab, che persegue la fusione tra letteratura e istruzione, non era poi così distante dall'ideale rinscimentale di humanitas.
Nel XV secolo, i progetti degli ospedali di Firenze e Milanosi rifacevano direttamente o indirettamente a quelli degli aspostoli di Damasco e del Cairo. L'orafo Benvenuto Cellini ammirava e imitò spesso gli arabeschi con cui erano decorate lw scimitarre turche; e forme simili si possono ritrovare anche a rilegature e nelle pagine di diversi libri: franchi e italiani del XVI secolo. 
Se noi, vogliamo ancora riuscire a comprendere la cultura in cui si sviluppò quel movimento, dobbiamo anche essere in grado di controllare l'inevitabile tentazioni di identificarsi troppo facilmente con essa. La stessa idea di un movimento culturale basato sullo sforzo di far rivivere una cultura del passato ci è ormai decisamente estranea, e contraddice quelle idee di ormai decisamente estranea, e contraddice quelle idee di progresso e modernità che nonostante molte critiche recenti continuano in genere a dare per scontate. Visto che esistono sempre diversi gradi di alterità, dovremmo quanto meno considerare la cultura del Rinascimento come una cultura ormai semialiena; come una relatà cioè, che non soltanto è molto distante da noi, ma che col passare degli anni continua ad allontanarsi in modo inarrestabile. 



Montaigne


Gli studi generali sul Rinascimento si sono troppo spesso limitati all'Europa occidentale, nonostante l'indubbia importanza dell'arte e dell'Umanesimo rinascimentale in Pesi come la Polonia e l'Ungheria. 
Il tentativo di ricostruire e capire il sigificato culturale della <<mobilità>>: non soltanto del trasferimentoe del movimento di testi e immagini ma anche dei concreti spostamenti delle persone. Nel Rinascimento furono particolarmente importanti quattro forme di diaspora. Quella dei Greci, per prima cosa. Uno dei miti più noti del Rinascimento attribuisce il revival della cultura e degli studi classici ai Greci rifugiatisi in Occidente dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453. Gli studiosi greci che cominciarono a trasferirsi in Occidente all'inizio del XV secolo diedero indubbiamente un importante contributo gli studi umanistici, come tipografi e compositori di orgine greca furono senz'altro indispensabili per la realizzazione delle prime edizioni di Omero, Platone e altri testi classici in lingua originale. Ci fu la diaspora degli aritisti e drgli umanisti italiani, senza dimenticare i mercanti insediati a Lione, Anversa e in altre città, i cui interessi per l'arte e la letteratura del loro Paese d'origine contribuirono al determinarsi di una grande attenzione per la cultura italiana. In terzo luogo, ci furono i Tedeschi, in particolare tipografi, anche se non bisognerebbe trascurare neppure il ruolo degli artisti tedeschi; all'estero, dall'Inghilterra alla Polonia. L'ultima diaspora, infine riguarda gli abitanti dei Paesi Bassi, soprattutto pittori e scultori, particolarmente attivi nella regione baltica. La diffusione dello stile classico o classicheggiante al di fuori dell'Italia fu in pratica il risultato di una sorta di impresa collettiva di scambio culturale che riguardò l'intera Europa. Furono dei carpentieri francesi a introdurre motivi italianeggianti nell'architettura scozzese di Linlithgow. L'esempio scozzese fu a sua volta fonte di ispirazione per alcuni palazzi danesi, realizzati da artigiani proveniente dai Paesi Bassi. Le decorazioni e l'ornamento degli edifici, grottesche di stiile romano, arabeschi spagnoli, e fregi a nastro, che pure si diffondono dai Paesi Bassi, si combinarono progressivamente in una sorta di stile internazionale. 
Una delle principali conseguenze sta nell'enfasi sulla <<ricezione>>, da intendere come un processo attivo di assimilazione e trasfromazione delle idee classiche o italiane, e non di semplice diffusione. Questa attenzione al tema della ricezione porta del resto a trattare con particolare cura altri fenomeni collaterali: i contesti, le connessioni, le reti e le situazioni locali in cui le nuove forme furono discusse e adattate; la periferia dell'Europa, il tardo Rinascimento; e infine quella dinamica che potremmo definire di <<quotidianizzazione>>, o di <<addomesticamento>> del Rinascimento: in altre parole, la sua capacità di permeare progressivamente diversi aspetti della vita quotidiana. 

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mercoledì 19 aprile 2017

Rinascimento. Presentazione

IL RINASCIMENTO

Presentazione


Cappella Sistina. Roma


Le strategie narrative che sono state utilizzate nei secoli - fin dalla metà del Quattrocento, con Ghiberti e con Leon Battista Alberti e i suoi trattati sull'architettura, la pittura, la scultura; e ancora nella seconda metà del Cinquecento con giorgio Vasari e le sue vite; con Dante, Petrarca e Boccaccio agli inizi del Trecento - prpongono una visione incentrata su un territorio denso di memorie, la penisola italiana, e su un altro che ne è potenzialmente carico, l'occidente romanizzato, l'Occidente dell'Impero. Perché quindi l'idea di <<rinascita>>, che comporta cneh quella di un periodo intermedio in cui la qualità e l'equilibrio di un'età passata sono andati perduti. 
Proprio quando in Occidente la <<rinascita>> tocca uno dei suoi momenti più alti nel XV secolo, nell'altra metà dell'antico Impero, quando il territorio e la città fondata da Costantino cadono nelle mani degli Ottomani, l'idea di un <<medioevo>>, e dunque di una nuova cultura che sostituisce la precedente, viene a identificarsi proprio con la grandiosa civiltàù di Bisanzio, che nel mito delle sue rinascite - quella giustinianea del VI secolo, quella macedona fra il IX e l'XI, e ancora quella comnena - aveva cpstruito la struttura del suo stesso sistema  di gestione del mondo a oriente. 
L'Occidente e l'idea di rinascita, sono uno strumento interpretativo del passato non semplicemente all'epoca di Petrarca o Boccaccio, o anche di Dante, nel Quattrocento o nel Cinquecento, uno schema narrativo utilizzato soprattutto a livello di storiografia politica, e che da qui passa alla storia della cultura in generale. Si parla di rinascita del IX secolo, nell'ambito della civiltà carolingia, si parla di rinascita legata alla civiltà imperiale, nell' XI secolo avanzato e all'inizio del XII; si parla ancora di rinascita, connessa alla nozione di impero, fino al tempo di Federico II, e dunque alla metà del XIII secolo. Gli storicie dell'arte le hanno chiamate <<rinascenze>>; hanno distinto le più antiche, considerate elitarie, dall'ultima intesa come allargata a ceti più vasti. Si tratta, di convenzioni, perché proprio nella teoria dell'arte cui ho fatto riferimento considera il rapporto col passato e l'innovazione che muove consapevolmente dai modelli dell'antichità romana come elementi caratterizzanti di ogni rinascita comunque rivolta a un sistema sempre più allargato di intellettuali. Dante ha piena consapevolezza dell'arte egualmente legata all'antico - ma quello di Bisanzio, di Cimabue e dell'innovazione di Giotto. I contemporanei leggono Giotto come rivoluzionario, unifica la lingua pittorica italiana operando nella Penisola da nord a sud e suggerendo un rapporto con l'antichità, con il mondo romano, che va persino a riprendere la tecnica del marmorino, della polvere di marmo mescolata al legante, e la colora per rappresentare a Padova, agli Scrovegni, le pareti in pietra degli edifici che evocano Roma. Coscienza della distanza dal Medioevo e presenza dell'idea di una rivoluzione nella proassi degli umanisti, a cominciare dal Petrarca, consapevolezza teorica della distanza del tempo medievale. Ricerca della parentela con l'antico da parte di coloro, come Ghiberti, che teorizzano la rinascita dopo ottocento anni di tempi oscuri. Si guardi a quella che poteva essere la prospettiva del racconto a Costantinopoli, conquistata dall'islam nel 1453, e si rifletta sull'altra idea che caratterizza il mondo della civiltà di Bisanzio nei territori dell'antica Russia proprio in questo periodo: in quelle terre non si percepisce alcuna frattura, si avverte una profonda continuità con la civiltà di Bisanzio, o di quello che ne rimane alla periferia dell'antico Impero. 


Firenze 

Lo schema <<Rinascimento contrapposto a Medioevo>> funziona nel XIV e nel XV secolo. Chiunque avesse visitato una qualsiasi città del Settentrione, avrebbe visitato un sistema urbano per molti versi coincidente: un enorme cattedrale dominare, dentro le mura della città, lo spazio urbano, le case, i canali, gli opifici, le strade,le piazze dense di insediamenti e di servizi fortemente caratterizzati, dai mercati alle fontane ai lavatoi. Siamo dunque sempre di fronte a un forte arricchimento, ma anche alla continuità, rispetto al sistema urbano medievale. Mercati e fiere, luoghi di incontro e di scambi, sistemi di gestione e di amministrazione, non presentano alcun genere di frattura rispetto ai periodi immediatamente precedenti della creaziome delle grandi cattedrali e delle strutture amministrative urbane del Duecento. Anche nella grandiosa esperienza architettonica del mondo gotico esistono, momenti di citazione, di ripresa dell'antico, e alcuni grandi maestri; la ripresa dalle sculture antiche è evidente, nella cattedrale di Reims, come lo è a Noumburg oppure a Freberg o anche a Chartres nei grandiosi portali dei transetti. Ma questo classicismo attorno al 1200 significa globale riorganizzazione del sapere, delle architetture, dell'insegnamento,  del rapporo tra filosofia scolastica e strutture architettate, nuove esperienze di religiosità e invenzione di immagini, riscoperta di Aristotele e einvenzione naturalistica delle forme dopo secoli di platonismo idealizzate. Così la chiave che accomuna la cività europea è costituita dalla chanson de geste e dai romazi cavallereschi, e la vita di corte si organizza proprio attorno alla chevalerie e alla poesia cortese d'amore. La grande lingua che unifica l'Occidente, che unifica l'Europa cristiana, è quella gotica: è la lingua che origina dai primi anni del XII secolo fra Saint - Denis e Chartre e poi si collega alla prima fase di Notre Dame a Pargi; è la lingua inventata dalla Corona di Francia e da Suger per unificare l'immagine stessa dell'Impero e per proporre, attraverso la nuova architettura per punti le vetrate come fonti anche simboliche di luce, l'immagine stessa della Grazia divina, la luce di Dio che penetra il mondo, simboleggiato appunto nella chiesa e nelle sue rinnovate strutture. 


San Zeno. Verona

Tutto questo ci porta ad affermare che la rinascita intesa come sistema unitario in Occidente non esiste, è il mondo gotico che unifica l'Europa, quantomeno fino ai primi decenni, e in certi casi fino alla fine, del XVI secolo. Rinascimento è un modo di raccontare il rapporto con il passato. Per Rinascimento si intendono esperienze differenti: solo in un secondo momento, quando prevarranno i modelli culturali dell'area toscoromana e in genere delle coerti italiane, esso verrà identificato in contrapposizione al non - rinascimento, al mondo gotico, appunto. Per decenni nel corso del XV secolo, questa consapevolezza resta di pochi e viene fortemente combattuta dagli artisti e dai loro committenti nelle diverse coerti d'Europa. 
Rinascimento è un racconto che comincia in età differenti nei diversi territori dell'Occidente cristiano; anche prendendo in considerazione il Rinascimento nelle coerti italiane, è evidente che esistono in esse tempi diversi di quelle rinascite; dunque nell'insieme le corti italiane e le loro culture appaiono distanti, anche se non del tutto staccate, dalle esperienze degli Stati o dalle città autonome europee. Eliminata la tesi di un Rinascimento unitario e contemporaneo, si è distino un Rinascimento settentrionale da uno meridionale, quello appunto italiano. 
Se analizziamo la concezione prospettica di Brunelleschi e quindi di Masaccio e dei suoi allievi, Filippo Lippi e il Beato Angelico, scopriamo che la loro idea di spazio è quella neoplatonica di uno spazio omogeneo, letto con una sola prospettiva mentre l'invenzione spaziale dei fiamminghi muove da una concezione diversa, aristotelica, con lo spazo viso in diverse prospettive e analizzato in modo minuto attraverso la descrizione di ogni particolare. 


Drposizione. Raffaello

Come stabilire i limiti del Rinascimento una volta convenuto che la lingua gotica domina le coerti d'Europa, da quella di Digione in Borgogna a quella di Parigi; dalla Germania alle Fiandre? L'ulteriore spiegazione del complesso fenomeno vede la riascita situarsi in singoli luoghi: una rinascita legata ad alcune capitali, una rinascita meridionale, in Italia, spesso isolata rispetto al contesto europeo, che vede il prevalere della civiltà dei fiamminghi la cui cultura, attraverso la Spagna e l'Italia da Napoli alla Sicilia, si diffonde largamente sulle rive del Mediterraneo occidentale. Il testo di Peter Burke, dopo Eugenio Garin, ne legge le componenti umanistiche in modo acuto: edizione e commento dei testi classici, ma anche riscoperta di quelli trecenteschi, da Petrarca a Boccaccio; composizioni letterarie modellate sull'antico dalla poesia alla storiografia; edizione e traduzione dei testi greci mediati dalla cultura araba. Tutto questo costituisce un capitolo rilevante della cultura umanistica, in particolare di quella quattrocentesca, e la programmazione da parte dei Medici, a Firenze e poi, come pontefici, a Roma, di una rinascita della cultura appare determinante per l'identificazione fra rinascita e l'immagine del papato. Fin dalla metà del Quattrocento, al tempo di papa Niccolò V e degli affreschi della Cappella Nicolina in Vaticano, e ancora del dialogo fra quel papa e Leon Battista Alberti incaricato di organizzare la pianta dell'antica Roma e di restaurarne gli edifici antichi, compresi quelli paleocristiani, si è stabilizzata l'idea che rapporto con il passato, siano anche e soprattutto imitazione e dunque, secondo uno dei canoni della retorica ciceroniana, anche rinnovata creazione. 
La dimensione del rinascimento nelle corti italiane, da Firenze a Ferrara, da Urbino a Rimini, da Milano a Roma a Venezia, è compressa cogliendo il rapportofra le nuove e le aniche architetture; Alberti ricorda che l'inseriiment del nuovo edificio nel contesto della città deve rispettare l'andamento delle strde medievali, che sono ricurve per spezzare il vento, e questo andamento, viario è utile anche per far scoprire progressivamente gli elementi delle nuove strutture. Alberti dunque ridisegna la Mantova dei Gonzaga utilizzando un collabooratore, Luca Fancelli; prima nella Ferrara degli Estensi, quindi nella Rimini dei Malatesta; opera con edifici di enorme significato nella Firenze di Cosimo dè Medici. La strada si lega al palazzo, oppure alla chiesa, e la dimensione delle nuove architetture anche nelle altezze è rivoluzionaria: esse svettano sempre sulla città medievale. 
Per capire come sia cambiata la concezione dello spazio della città, prima con Brunelleschi e quindi con Alberti, dobbiamo analizzare le tarsie, di scuola fiorentina oppure settentrionale; è quì che si legge questa idea di nuovo ordine degli spazi, di gerarchia delle forme, che caratterizza ormai la cultura dell'avanzato XV secolo. Rapporti proporzionali, riduzione dello spazio della città a geometrie, uso della sezione aurea: ecco alcuni dei motivi che passano dalla prigettazione architettonica alle tarsie di Giuliano da Majano e di Lenindara e alla pittura di Piero della Francesca e dei suoi seguaci. 


Giorgio Vasari

Questo Rinascimento medievale, non è solo riforma della città, riorganizzazione della città gotica in una nuova struttura dominata dal palazzo pubblico e dalla chiesa o dalle chiese, ma è anche presenza di immagini simboliche. Donatello e lo stesso Alberti teorizzano l'importanza dei monumenti, come testimonia ancora oggi la statua equestre del Gattamelata a Padova, dove Donatello opera per un decennio (1443 - 53) realizzando nella bssilica del Santo l'altare maggiore, con la sua architettura fortemente albertiana del fastigio di pietre sotto il quale si muovono, come su una scena teatrale, i diversi personaggi, le bronzee sculture che tanto insegneranno al Mantegna dell'altare di San Zeno a Verona. Rivoluzione del ritratto, desunto da modelli, realistici di età repubblicana e fatto riemergere nelle immagine auliche dei signori. Pisanello, costruisce ritratti dei committenti nelle sue medaglie, ma insieme dipinge nella migliore tradizione internazionale, come del resto Masolino, che pure, nella cappella Brancacci a Firenze, aveva dipinto a fianco di Masaccio, sullo stesso ponteggio, dividendosi col compagno le pareti della sala. 
Lo schema di lettura, quello che propone un'indagine sul nostro Rinascimento attraverso un sistema di poli, è certo produttivo, a patto però di seguire la fitta tramitazione di artefici, architetti, scultori, pittori, simile a quella degli intellettuali che si spostano da una corte all'altra, oppure si scambiano codici con preziose trascrizioni di manoscritti antichi che man mano si diffondono e pesano nella cultura occidentale. 
Anche la scrittura è prova di una complessa volontà di riorganizzare, ma anche di semplificare, la tradizione gotica precedente. Nella stampa il disegno dei caratteri riformati, in Italia riprenderà lo schema della minuscola carolina integrato, per o tituli, con le capitali romane. 
Un altro elemento significativo è il diverso utilizzo degli strumenti della memorizzazione e dal diverso funzionamento dell'officina degli artefici. Nella tradizione medievale la bottega prendeva in genere in crico un intero edificio e lo realizzava completamente; dopo avere proposto al committente un modello; dell'officina facevano parte l'architetto e gli scultori, i pittori, gli orefici e tutti gli altri tecnici della pietra, del legno, dei metalli. Nell'età rinascimentale la distinzione tra le diverse Artes, rispecchia la specializzazione crescente che caratterizza la nuova cultura. I commentatori dei testi e gli storici, i narratori delle vite degli uomini illustri, che vengoono anche dipinti dagli artisti e miniati nei codici, i naratori di storie locali, coloro che scrivono libri per l'educazione del principe, sono il più delle volte persone diverse, e tuttavia i vari temi e le varie scritture finiscono per identificare funzioni distinte che si collocano nel sistema di corte o in quello della committenza pubblica cittadina. Nell'ambito delle arti figurative, la progettazione architettonica diventa sempre più rilevante; la pittura, la tarsia, la scultura, tutto il sistema di quelle che Vasari chiamerà poi <<le arti del disegno>>, sono legate una progettazione che sempre piùdiventa importante e che prevede esecutori settoriali e, eventualmente, un autore, un singolo artista che proponga un disegno enro cui è racchiusa l'<<idea>> platonica che altri potrà eseguire. L'officina medievale si trasforma, si differenzia e si specializza, mentre la città cambia completamente volto. 
Nell'età rinascimentale, si modifcano profondamente quelle esistenti se ne ridisegnano le prospettive, i punti di vista, i luoghi funzionali. In questo la città rinascimentale italiana è un'invenzione, importante almeno come l'edizione di testi romani antichi, o come l'evocazione delle iconografie degli imperatori sulle medaglie o delle loro immagini a cavallo nei monumenti bronzei o in quelli di marmo. L'idea di una città da ridisegnare attraverso la costruzione di acquedotti e lavtoi e quindi di fontane pubbliche di una città in cui le piazze divengano luoghi della riunione davanti ai palazzi ricostruiti, di una città dove la dimensione dei percorsi deve essere ripensata in un'ottica di visione unitaria, quindi secondo una prospettiva che conveniamo oggi chiamare unicentrica, fa delle città rinscimentali italiane, o almeno di alcune loro parti, dei veri e propri spazi misurati, proporzionati, su scala umana, dove i rapporti sono immediatamente leggibili.
A Venezia Durer viene due volte e la sua arte si modifica in un rapporto con Mantegna e la sua scuola, più ancora anche con Giovanni Bellini; e Leonardo va a Venezia e introduce un modello di ricerca neoplatonica che modificherà l'esperienza di Giorgione e del giovane Tiziano; e nel 1506 si scopre a Roma il Laoconte, e Raffaello nella sua Deposizione (1507) e poi Michelngelo nella volta della Sistina (1508 - 12) cambieranno, sulla base di quel modello tardo - ellenistico, il modo di rappresentare la retorica delle posizioni: arte allora diventerà messa in scena, come appunto nella Deposizione, oppure sospesa enunciazione di rapporti plastici e simbolici, come nella volta della Sistina. Stava per emergere con sempre maggior peso l'arte di corte del papato di Roma, che porterà la rivoluzione nelle corti di Francia e dell'Impero, e anche in quelle germaniche, prima della dissoluzione determinata dalla crescita di chiese nazionali e sctenata dalle enormi spese per la costruzione della nuova basilica di San Pietro. Dissoluzione dell'unità del mondo cattolico che vuol dire rifiuto di un'arte imperiale cristiana: rifiuto costruito certamente da Martin Lutero ma anche da Erasmo; rifiuto di un sistema di racconto e di immaginiche aveva cancellato ormai, nelle corti la tradizione della chevalerie e che, in Italia era diventata raffigurazione di una Chiesa rivestita dal potere di conferire la corona imperiale. 
Il sacco di Roma (1527) determina na crisi totale di questo sistema di dominio costruito dai papi della penisola italiana; gli artisti che operavano a corte vanno ovunque, e mentre Giulio Romano, a capo della bottega di Raffaello, era già nel 1526 a Mantova a Palazzo Te, altri come Parmigianino, vanno a Parma, Rosso e Primaticcio a Fointembleu, altri ancora a Napoli e altrove. L'Europa dei grandi regni nazionali (Francia, Inghilterra), e ancora dell'Impero, si viene a confrontare con una penisola italiana i cui stati hanno una dimensione diversa, destinati rapidamente a soccombere, anche economicamente, allo strapotere degli altri sistemi. La fusione di modelli determinata, dopo il sacco di Roma, dalla diaspora degli artisti, contribuisce certamente a cercare altri riconoscimenti di corte nelle diverse capitali dell'Occidente, ma si tratterà sempre di rinascimenti elitari, senza quella riforma, anche a livello urbano, che aveva caratterizzato il felicissimo XV secolo delle corti italiane, dai Montefeltro agli Este, dai Medici ai Malatesta, dagli Sforzi alla Repubblica di Venezia, che era poi un'oligarchia illuminata. 

"Nel corso della storia dell'umanità ci sono stati tanti rinascimenti, penso che nella nostra epoca sia in atto un rinascimento molto importante, globale".

Madame Vrath


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martedì 31 gennaio 2017

La produzione industriale, la produzione tessile.



La produzione industriale

Per quanto riguarda il settore della produzione <<industriale>>, l'area d'interesse più importante è quella tessile: è qui che, nel corso del se. XIV, i grandi, vecchi centri manifestano cadute e tracolli.

La produzione tessile

Nella zona che oggi possiamo identificare a grandi linee con il Belgio s'era venuta costituendo, durante il sec. XIII una rete fittissima di centri, dediti alla fabbricazione di panni di lana.
La reputazione dei tessuti di Ypres, di Douai, d'Arras, e di cento altri centri, si diffonde in tutto l'Occidente europeo. Situazione solida, affermata. Eppure, dai primi del sec. XIV è possibile trovare i primi segni di cedimento di questa produzione urbana. Ancora nei secc. XIV – XV si trova un po' dappertutto menzione dei <<classici>> panni fiamminghi, ma nell'insieme, la decadenza appare manifesta. La produzione fiorentina raggiunge le 100,000 pezze ai primi del Trecento; passa a 70,000 – 80,000 verso il 1336 – 1338, a 30,000 nel 1373 e a 19,000 nel 1383. A Brescia, l'industria della lana raggiunge il suo apice a mezzo Trecento; lo stesso può dirsi per Pisa, Venezia, Verona. Provins, la cui produzione era strettamente legata alle fortune delle fiere di Champagne, è lì per dimostrarlo insieme ad altri esempi. Nell'Artois, ad Arras e a Saint – Omer si scorgono netti segni della contrazione. 
Il caso inglese. Da poche migliaia di pezze esportate a mezzo sec. XIV, si passa a ca. 40,000 pezze durante l'ultima decade dello steso secolo; un ristagno su quest'ultimo livello durerà fin verso il 1470, e di lì ricomincerà un'ascensione continua, che porterà le esportazioni a ca. 140,000 pezze nel 1546 -1547.
Precedentemente si è parlato di tracollo delle attività tessili dei centri <<urbani>>. Gli esempi di successo, che ora potremmo presentare, sono invece di tipo essenzialmente <<rurale>>. Sui mercati di Kaliningrad e di Cracovia, tra la fine del XIV e gli inizi del XV si trovano moltissimi tessuti provenienti dalle Fiandre e dal Brabante; ma l'origine di questi panni è di piccoli villaggi a carattere essenzialmente rurale, che ora, profittando delle difficoltà dei grandi centri, si sono lanciati in quest'attività. Con successo può dirsi, se troviamo i loro prodotti, oltre che a Kaliningrad e Cracovia, in Castiglia e in Catalogna. In Francia – nella zona di Rouen, per esempio o di Coen o nel Languedoc -, come in Italia o in Spagna o in Germania, le testimonianze relative non mancano. L'Europa, sembra, gettarsi a pieno nella produzione di questo tipo di tessuti: nell' Hainaut, nella regione di Nivelles e nella zona di Cambrai e Valenciennes. Sono essenzialmente dei villaggi rurali che s'occupano di produrre tessuti di lino; solo in seguito, nel sec. XVI, anche le città si daranno a questa branca di fabbricazione ( in specie Bruxelles e Malines). Nella Germania meridionale e in Svizzera: Augusta, Ulma, Costanza, San Gallo – che fanno (soprattutto nel sec. XV) di Venezia il loro principale centro d'approvvigionamento di materia prima – s'affermano su scala internazionale nella fabbricazione e nello smercio dei tessuti di cotone.
La produzione di fustagni in Italia ha vecchie tradizioni, dal sec. XIII li ritroviamo in Egitto, nella Fancia meridionale, a Costantinopoli; nel sec. XIII, la loro presenza è attestata in Europa centrale e in Inghilterra. Questa supremazia italiana è facilmente spiegabile: il cotone è prodotto in Sicilia, in Calabria, e, inoltre, le piazze italiane (in particolare Venezia) possono procurarselo facilmente sui mercati egiziani, mediorentali e nordafricani. L'attività produttiva italiana si dispiegherà durante tutto il sec. XV, alla fine di questo le conseguenze della concorrenza della produzione della Germania meridionale cominceranno a farsi avvertire sui mercati italiani. 
Questi casi di riuscita pongono un grave problema: in qual modo spiegare come, è possibile l'affermarsi di taluni settori particolari. Vien fatto di rispondere: proprio perché le vecchie strutture sono cigolanti, proprio perché degl'imprenditori di <<stile>> vecchio non sanno adattarsi alle situazioni nuove, è possibile l'affermarsi, in seguito, di gruppi che sanno orientare la produzione verso bisogni nuovi. 
La produzione classica dei vecchi centri urbani era, in massima parte, destinata al consumo d'una clientela scelta, aristocratica. Certo i sovrani, la grande aristocrazia, che conserveranno le loro fortune, continueranno a essere consumatori di quei beni d'altissima qualità. Filippo il Bello che, in guerra contro i Fiamminghi, continua a importare, per il suo uso personale e quello della sua corte, i panni da loro prodotti, non sostituibili – sul piano della qualità – dalla produzione francese. Ma, nell'insieme, la domanda dei prodotti d'alto valore unitario si riduce progressivamente nel corso del sec. XIV, quel contrarsi di valori delle affittanze agrarie, di cui abbiamo parlato precedentemente si traduce, per i proprietari di terre, in una riduzione di acquisti di prodotti di lusso. Tutto il sistema corporativo era fondato sul criterio della qualità: da quella della materia prima ai coloranti, alla lavorazione, alla rifinitura, il lavoro, i controlli, la sorveglianza. Sarebbe stata necessaria una straordinaria rivoluzione mentale, per spingere i produttori cittadini, a cambiare, ad adattarsi. L'unica cosa che seppero fare, fu organizzare squadre punitive – composte da operai urbani – che giravano per le campagne per frantumare gli attrezzi tessili dei contadini: è quanto fecero, gli artigiani di Gand contro i loro colleghi concorrenti del contado. 
Nelle campagne, si trattava d'iniziare ex novo un'attività. Nelle campagne, i contadini avevano preparato i tessuti per il loro proprio consumo; da due scoli e più i contadini partecipavano all'industria tessile contadina filando la lana e tessendola. Ma s'era pur sempre trattato d'una fabbricazione estremamente grossolana o solo d'una parte del ciclo completo di produzione.  Ora la loro attività si porta su d'un ciclo di produzione completo, e su tessuti di più alta qualità.
Nulla è più rivelatore dell'esempio della Svevia, Boemia, Renania e Franconia, in cui la produzione di media qualità, a base essenzialmente rurale, s'ispirava al pannum pulchurum, di qualità alta. Ben più grande, è la novità su d'un altro piano. Nel passato, allorquando i contadini partecipavano alla fabbricazione urbana limitatamente alle prime fasi della produzione, era consegnata loro dal mercante imprenditore cittadino il quale, assolveva una funzione, più che <<industriale>>, <<commerciale>>. Ora il contadino – artigiano, acquista direttamente, la materia prima, la trasforma e la rivende al mercante. Tale manifattura di panni di media qualità, manifesta assai bene la rottura dell'ordine corporativo; l'affermarsi di possibilità nuove per taluni contadini, indubbiamente pochi rispetto alla massa di accedere in modo diretto non solo al mondo della produzione, ma anche a quello della distribuzione. La <<crisi>> appare ben illuminata nei suoi aspetti negativi, ma, anche, in quel ch'essa ha di positivo. Che il vecchio sistema dell'industria tessile urbana fosse in crisi, non vi è dubbio, ma, proprio approfittando della riduzione di potere delle corporazioni taluni imprenditori urbani instaurano un procedimento nuovo. L'operatore <<industriale>> del Duecento e Trecento era stato, essenzialmente un mercante:  dopo aver investito il denaro in materie prime, egli le passava a provetti artigiani che, le trasformavano in prodotto finito. L'intervento del mercante – imprenditore in queste fasi di trasformazione era pressoché nullo: egli non faceva che portare la lana dalla casa d'un artigiano che compiva le prime operazioni a quella d'un altro che compiva le successive. Ora il mercante – imprenditore comincia a riunire nella propria casa quegli stessi artigiani che compiono sotto un solo tetto, tutte le operazioni.

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